Rotto il digiuno, finito il mese di Ramadan: 22mila credenti in festa e un messaggio urbi et orbi dalla Moschea di Piacenza

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E’ il primo Ramadan di una nuova era. Quella del riconoscimento della moschea di Piacenza (via Caorsana), non come spazio di mera associazione ma come luogo di culto a tutti gli effetti.

Senza clamore, con discrezione, si è concluso il periodo sacro del Ramadan, mese nel quale ogni musulmano è tenuto a seguire il precetto del digiuno. Quest’ultimo rappresenta il quarto dei cinque pilastri dell’Islam e costituisce, per chi crede, un obbligo e non un’opzione.

Nel piacentino sono circa 22mila i musulmani residenti coinvolti nella ricorrenza mentre nell’intero Paese la festa ha interessato quasi 2 milioni di credenti.

Nella mattinata di giovedì 13 maggio, migliaia di fedeli sono accorsi, a piedi, in bicicletta, con i mezzi pubblici e nelle proprie vetture presso il grande parcheggio fra Piacenza Expo e il Palabanca per celebrare all’aperto, ma in congregazione, l’Eid el Fitr: la festa della “Rottura del digiuno” che sancisce la conclusione del mese di devozione e privazioni mondane del Ramadan.

“Di solito è un momento speciale in cui ci scambiamo regali”, ricorda un fedele.

Suggestivo il colpo d’occhio: musulmani balcanici e magrebini con il zuccotto o il fez in testa e la tunica immacolata a fianco di islamici dell’Africa nera con i loro abiti e copricapo colorati. Un patchwork multietnico piacentino che prega lo stesso Dio.  Anche a Borgonovo, dove sorge un altro centro islamico, almeno 200 persone si sono inginocchiate verso la Mecca, in preghiera solenne.

I musulmani hanno iniziato i loro riti per la sospensione del digiuno bevendo acqua o latte e mangiando una manciata di datteri. “Non ci si abbuffa una volta rotto il digiuno ma si cerca gradualmente di riportare al corpo l’abitudine dei tre pasti al giorno”, spiega un fedele. Poi è giunta l’ora della preghiera collettiva che anticipava la predica dell’imam.

Il sermone, tenuto dall’imam della moschea, lo yemenita Yassin Al Yafie, conteneva le raccomandazioni di non limitarsi alle virtù ispirate dal Mese Sacro ma di estenderne i benefici al resto dell’anno. “L’Islam è una religione di pace, ringraziamo la città per il clima di dialogo e solidarietà”, ha sottolineato il religioso. Che non era tenuto comunque a esprimere propositi che non fossero strettamente religiosi, vista la suddivisione “secolare” delle funzioni all’interno della moschea di Piacenza: con un imam, un presidente e un direttore.

Il Mese Sacro ai musulmani impone l’elemosina rituale specifica al Ramadan, il cosiddetto “Zakat el Fitr”.  “Abbiamo raccolto fondi per i poveri, affinché possano festeggiare la giornata di festa in modo dignitoso. Abbiamo dato la priorità a vedove, donne separate, famiglie numerose con difficoltà economiche”, ha spiegato un responsabile della moschea di via Caorsana.

L’associazione culturale che è diventata luogo di culto, di fatto e ora per legge, rappresenta il gruppo islamico organizzato più numeroso e articolato del nostro territorio.

La moschea è strutturata su due piani, ed è nata sulle ceneri di un vecchio magazzino. Rappresenta in sé un esempio di riqualificazione urbana.  “Al Rahman – il Misericordioso”, nome informale del luogo di culto, è oggi una delle realtà islamiche più vivaci e intraprendenti d’Italia. E’ una cittadella islamica, una “Medina” a pochi passi dal cuore della città. Al suo interno si trovano sale di preghiera separate in base al sesso e un grande giardino con fontana di ispirazione araba.  C’è anche un minareto, ricavato da una vecchia scala antincendio. Al secondo piano ha sede invece la Scuola di Lingua e Cultura Araba, “Istituto Averroè”.

Fondata nel 2010 da una costola dell’antica comunità islamica raccolta intorno all’egiziano Mohamed Shemis, figura storica dell’Islam a Piacenza, l’attuale moschea è stata materialmente ricostruita grazie alla manovalanza dei muratori musulmani albanesi e bosniaci e dagli interventi economici promossi dall’Ucoii.  “L’Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia” è la principale associazione di musulmani del Paese.

Un’associazione che in Italia non ha nulla da nascondere e si presenta in abiti occidentali eleganti, cravatta, e barba corta. Come Yassine Baradai, l’attuale presidente della nostra moschea e segretario generale dell’Ucoii, giunto da Milano a Piacenza nel 2015, non appena l’allora “centro culturale” cominciava a fiorire. Appena trentenne, Yassine Baradai è il volto moderno, brillante, hipster, fortemente voluto dai dirigenti Ucoii. Giovane e con la barba sempre curata e pulita e l’abito impeccabile, è lui, e non l’imam, il rappresentante della moschea. Colui che fa politica e stringe accordi.

Siamo molto lontani dall’immaginario dell’islamico ottuso con il barbone e in sandali che scappa nelle grotte dell’Afghanistan.

Oltre ai sorrisi, ai salamelecchi e alle pacche sulle spalle, rimane l’affiliazione della moschea con l’Ucoii e la Fratellanza Musulmana.  Non è un segreto per nessuno che si occupi di Islam.  “Ikhwan al-Muslimin”, non è un’organizzazione solo religiosa.  E’ la nave madre dell’islamismo politico contemporaneo, dell’impegno e dell’attivismo di ogni musulmano nel mondo a favore dello sviluppo dell’Islam.  Ha una lunga storia alle spalle: è nato in clandestinità negli anni ’20 in Egitto, talvolta ha preso vie radicali, e promuove un Islam rigorista quanto militante, critico nei confronti del “mondo occidentale”.

All’epoca, nella primavera del 2016, nessuno a Piacenza aveva capito ciò che stava accadendo davanti ai propri occhi: il principe e sceicco Hamad Bin Nasser Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar, era in visita a Piacenza e comprava una fetta della moschea attraverso la “Qatar Charity Foundation”, ente sovvenzionato dallo stato del Golfo, aperto sostenitore della Fratellanza Musulmana.  In cambio di soldi alla moschea, il Qatar richiedeva, come sempre avviene in questi casi, padronaggio religioso e lealtà politica dai musulmani di Piacenza.  Nel loro tour, i qatarioti visitarono altri 30 luoghi di culto islamici italiani, elargendo denaro alle locali comunità e stabilendo una rete egemonico-culturale di matrice “Fratellanza Musulmana”.

In questo quadro vanno inserite le parole dei vertici della moschea di Piacenza in merito a accadimenti di politica internazionale, agli scenari di guerra mediorientali fra Israeliani e Palestinesi.  Così facendo, i vertici della moschea hanno scavalcato con scioltezza le polemiche che ancora fumano ira dalle parti di Palazzo dei Mercanti.

“Abbiamo vissuto male l’attacco alla moschea Al Aqsa (ndr: a Gerusalemme) che è un simbolo per tutti i musulmani: tacere su questi fatti è una presa di posizione”, ha dichiarato alto e chiaro Yassine Baradai, a margine della ricorrenza.

Che tutti coloro che maledicevano la costituzione di una moschea (un dato ora anche formale) si rassegnino: la moschea di Piacenza è diventata non solo realtà ma anche un attore politico con cui dialogare, capace di mobilitare migliaia di fedeli, di parlare ai media e fare opinione. Con una legittimità propria a esprimersi e agire nei limiti della legge, a favore di istanze islamiche, sociali, giuridiche, umanitarie.  Un attore trasversale che, come tutti gli altri players, è libero e risoluto a rilasciare dichiarazioni su questioni che superano la portata comunale e che parlano al mondo. E non solo all’Amministrazione di Piacenza.

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