Ristoratori contro sagre: “Concorrenza sleale”

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di Roberta Suzzani – «Userei proprio la parola sleale, concorrenza sleale. Perché é di questo che si tratta».
Ivano Zangrandi (foto a lato), uno degli amministratori del gruppo Facebook “Commercianti piacentini”, non ha voglia di usare mezzi termini. E parlando dei “colleghi” di sagre, circoli e organizzazioni no profit o Asd mette in chiaro che quella è «concorrenza sleale nei confronti di ristoranti, trattorie, pizzerie e chi più ne ha più ne metta».
Sleale a livello di trattamento fiscale, poiché a differenza di ristoranti e bar “ortodossi” «agli organizzatori di feste, ai responsabili di circoli o organizzazioni no profit non viene chiesta una denuncia dei redditi, non viene chiesto il pagamento della tassa dei rifiuti, dell’Imu, dell’Ilor, dell’addizionale Irpef, Inps, haccp, Inail, Siae e tutto quanto pesa sulle spalle e sulle casse dei pubblici esercizi tradizionali. Nessuna tassa e un giro d’affari altissimo che vive e cresce sotto il beneplacito di politici accondiscendenti che così rastrellano voti e consensi. Oggi in più ci si è messa la Tares».
Una situazione che, a dire la verità, è così da sempre, ma che in tempi di crisi come quelli attuali, quando o non ce n’è per nessuno o ce n’è poco e quel poco è solo per alcuni, diventa da allarme rosso. Soprattutto con l’introduzione di nuove tasse.
Così attorno al gruppo di Facebook si sono stretti circa un centinaio iscritti i quali, prima solo a livello virtuale, poi scendendo in campo personalmente, hanno alzato la voce per farsi sentire dalle associazioni di categoria, ma anche dagli amministratori e soprattutto dai cittadini, arrivando persino a minacciare di stracciare le tessere associative di Unione Commercianti, Fipe e Confesercenti.
Sul piatto accuse ben definite: disparità a livello fiscale, igienico-sanitario e burocratico. «Nemmeno la tassa per la pubblicità viene trattata allo stesso modo: vincolata e parametri rigidissimi per noi mentre ovunque si vedono tabelloni più o meno improvvisati di feste popolari collocati dove capita».
Esasperati, la scorsa estate, ristoratori e baristi piacentini hanno preso carta e penna  e rivolgendosi a chi di dovere – le associazioni di categoria, ma anche Industriali e Provincia di Piacenza – hanno messo in fila tutto, aggiungendo all’elenco anche l’impegno di «manodopera non ben identificata, volontaria, senza alcun obbligo di registrazione del lavoro da parte degli organizzatori».
Dalla lettera al vis-à-vis il passo è stato breve e dal faccia a faccia di agosto era uscito l’impegno «di mettere attorno a un tavolo sindaci e rappresentati dei locali pubblici per dettare regole comuni che tutte le Amministrazioni avrebbero dovuto applicare – sottolinea Zangrandi – come già fa il Comune di Rottofreno che ha una puntuale normativa in materia di spazi e parcheggi, servizi igienici, impiantistica a norma. Non vogliamo eliminare feste di paese e sagre. Non siamo contro manifestazioni che rappresentano la storia del nostro territorio. Vogliamo solo che vengano messe delle regole e che queste regole vengano fatte rispettare per porre un freno al proliferare di feste che poco o nulla hanno a che fare con la piacentinità e che altro non sono se non un modo per racimolare soldi e consensi sotto l’egida della soliarietà».
Entro il 2012 ci sarebbe dovuta essere la prima riunione per redigere un piano comune e comunitario, ma come spesso accade arriva un male peggiore a far dimenticare i buoni propositi e a far slittare i tempi. Il male in questione porta il nome di Tares, altra spada che Damocle tiene in bilico sulla testa dei ristoratori. «Un vero salasso per bar e ristoranti» sottolinea Zangrandi.
La nuova tassa sui rifiuti, la cui entrata in vigore è già slittata due volte e con ogni probabilità slitterà ancora, si stende come una nuvola minacciosa sul futuro dei ristoratori. E’ la sua “volubilità” a mettere in agitazione i commercianti piacentini.
«Ogni Comune può imporre un importo variabile a suo piacimento, dagli 80 centesimi ai 18 euro al metro quadrato, senza tenere conto del reale lavoro di un esercizio pubblico e di conseguenza della reale produzione di rifiuti. Se non lavoro, non produco rifiuti. E’ elementare».
L’Unione Commercianti ha messo a calendario alcuni incontri con le Amministrazioni, «è tutto nelle loro mani», ribadisce Ivano Zangrandi. Nelle loro, ma non solo. Perché secondo i commercianti si dovrebbe mettere mano anche ai costi di Iren troppo alti, tanto che alcuni Comuni hanno accarezzato l’idea di rescindere l’accordo.
Un esempio pratico. Rivergaro paga 17 euro per la raccolta e altrettanti per lo smaltimento, «fanno 35 euro al quintale – sottolinea Zangrandi – e pensare che l’Amministrazione di Napoli ha stretto un accordo con una ditta olandese che viene a recuperare i rifiuti in Italia, con una chiatta li porta in Olanda dove li tratta e li smaltisce. Tutto per il costo di 8 euro al quintale».
In tempi di vacche magre ogni centesimo risparmiato è un centesimo guadagnato. Qui, però, si tratta di euro. Decine che diventano centinaia. Una città con un commercio fermo è una città sull’orlo di un baratro. Il grido d’allarme dei ristoratori e dei baristi piacentini si è alzato forte e chiaro. Le orecchie di chi di dovere non possono rimanere sorde.

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