
La scomparsa di Vittorio Anelli ha suscitato in me prima tristezza e poi amarezza. Mi ha ricordato la puntuale caducità della vita e la sua impietosa cernita tra i protagonisti terreni. Vittorio è stato un protagonista discreto, ma non meno efficace di altri. Mi fermo qui perché immagino che gli darebbe fastidio se insistessi.
Propongo ai lettori il ricordo della sua brevissima esperienza di direttore della rivista Piacentini pubblicando di seguito l’editoriale “Materiali per una identità” della rivista naturalmente, ma sotto sotto anche della sua.
L’esperienza di direttore durò lo spazio di una sola edizione perché, come spiega nelle dimissioni pubblicate nell’edizione successiva: “La mia partecipazione alla vita politica della nostra città si è avviata ad acquistare una visibilità che non mi sembra, di fatto, conciliabile con la mia permanenza alla direzione della rivista…”
Rimase tra i consulenti culturali assieme a Piero Castignoli, Alberto Gromi, Fabio Milana, Gian Paolo Nuvolati, Paolo Rizzi, Paolo Sckokai, Lorenzo Spagnoli e Marcello Spigaroli. Mentre la guida della rivista passò a Stefano Quagliaroli. (GdP)
MATERIALI PER UNA IDENTITA’
Quando si cominciò a parlare con l’editore di riprendere – dopo i due “numeri-laboratorio” del ’96 – il progetto di una rivista trimestrale di cultura e dibattito, era fresco di stampa il volume di Ernesto Galli della Loggia su L’identità italiana, che inaugura l’omonima collana del Mulino. Il libro e la collana fanno seguito a tanti altri libri che già hanno toccato questo tema in modo più o meno diretto; ed è facile capire le ragioni che hanno indotto ad affrontarlo un autore e un editore molto attenti, come alla realtà odierna, così alle sue radici remote. E’ un nodo, quello dell’identità italiana, con cui chiunque sia nato e viva in Italia ha dovuto fare i conti, che ne sia o no consapevole, per affermarla o per negarla; e da come questi conti si chiuderanno dipende il futuro di tutti noi. Meno si coglie invece, a prima vista, il senso di una rivista come “Piacentini”, con il suo sottotitolo “Materiali per una identità”, quasi si volesse mettere in dubbio quella “piacentinità” che non perdiamo occasione per riaffermare. Per fare due esempi di natura e portata molto diverse: nella nostra città la “piacentinità” ha potuto essere un tema non secondario in due campagne elettorali; e tra i gadget omaggiati al pubblico alla prima della Battaglia di Legnano prodotta dal nostro Municipale uno era dedicato a ricordare al pubblico la “piacentinità” di Verdi (adducendone tra le prove che a Piacenza Verdi si faceva fare le scarpe e preferiva come cuoco un piacentino).
Eppure proprio questa insistenza dovrebbe indurci a riflettere. Una città, una comunità sicura della propria identità la vive semplicemente, istintivamente; avverte invece il bisogno di riaffermarla quando la sente aggredita o assediata, dall’esterno o dall’interno. Ma la riaffermazione di sé può celare il disagio dell’analisi e dal confronto: è più facile affermare che sforzarsi di capire, che confrontarsi con gli altri e le loro ragioni.
La “piacentinità” può poi essere proposta in modo così totalitario che chi non vi si identifica senza riserve si sente costretto a respingerla, a “spiacentinizzarsi”, a volte anche fisicamente, con esiti singolari e per lo più felici. Ma, sia che la si accetti sia che la si rifiuti, troppo spesso Piacenza è un mito, non una realtà da vivere, o da cambiare per viverla.
“Piacentinità” è onesta, generosità, laboriosità, tenacia, misura, riservatezza, ma soprattutto concretezza. Queste doti certo si possono anch’esse ritrovare nell’essere piacentino come si è andato storicamente formando: ma se vengono presentate come caratteri originari che attraversano la storia e che dalla storia vanno preservati, la “ricerca della proprie radici” diventa un elenco dei fasti del passato; e inevitabilmente, in questa prospettiva, se la Piacenza di oggi non è più quella del passato né ha più il ruolo che aveva in passato, la colpa è dell’invidia e dell’ostilità altrui, o del destino cinico e baro, cui si risponde chiudendosi orgogliosamente in se stessi. Ora – come ha scritto ad altro proposito Giuseppe Mantovani – “le radici mostrano la loro potenza nell’albero che si alza su di loro. La forza di una cultura – di un’identità, diremo noi – si manifesta nella sua capacità di accogliere altri mondi e di aprire la mente dei suoi membri”. Un’identità non è un dato ontologico, ma storico; un processo, non uno stato; un’occasione, non una condizione. Il passato indica una direzione, non traccia la strada; e, come tutte le eredità, non va accettato senza discernimento.
Non senza qualche disagio – anche in questo siamo piacentini – confessiamo che anche noi amiamo Piacenza, nella sua storia, nella sua gente, e nei personaggi che ne hanno incarnato i valori, nella sua fisicità; e l’amiamo dell’amore struggente e rancoroso di chi vede che l’oggetto del suo sentimento non è apprezzato come vorrebbe, e che non fa quanto dovrebbe per farsi apprezzare. Anche da questo sentimento è nato “Piacentini”.
Nell’ambito e nella misura che gli sono propri, “Piacentini” si propone dunque di fornire occasioni e strumenti per una lettura senza indulgenze né compiacimenti della realtà in cui viviamo. Materiali, appunto; anche se vorremmo che da questi materiali potesse derivare un’immagine condivisa della nostra comunità, e da questa immagine un progetto altrettanto condiviso per una Piacenza che sappia difendere con intelligenza il suo passato e affrontare con intelligenza il suo futuro.
Piacenza è terra di frontiera, e la frontiera evoca due immagini complementari e contrapposte: le mura delle fortezze ch4 escludono i territori ostili e i posti di scambio dei mercanti che corrono il mondo. Ci auguriamo sinceramente che la seconda prevalga.
Vittorio Anelli
Le dimissioni
ALL’EDITORE DI PIACENTINI
Già prima dell’uscita del primo numero di Piacentini, la mia partecipazione alla vita politica della nostra città si è avviata ad acquistare una visibilità che non mi sembra di fatto, conciliabile con la mia permanenza alla direzione della rivista. In una città com’è la nostra, infatti, non va sottovalutato il rischio dell’equivoco che la militanza in un movimento comporti necessariamente l’assoggettamento di ogni attività del militante all’interesse immediato e diretto della propria parte; un equivoco – interessato o no che sia – di cui in questo caso mi è parso di cogliere qualche sintomo. Ora, Piacentini non è lo strumento di una parte, e tanto meno di un partito; è e vuole restare un luogo di confronto e di dibattito, aperto a tutti quelli che abbiano da dire qualcosa che importi alla nostra comunità, segnato da un impegno che si sottrae alle strumentalizzazioni della “politica” nel senso deteriore. Credo che questo oggi sia ancora chiaro; ma per qualcuno dei nostri lettori – presenti e futuri – potrebbe non esserlo più se mantenessi la direzione in circostanze per me molto mutate da quando l’ho assunta. Sono grato di aver avuto la possibilità di questa esperienza; ed è inteso che la rinuncia alla direzione non comporta l’abbandono di un’impresa che è anche mia, cui auguro la fortuna che merita.
Vittorio Anelli




