“Restate a casa”… e chi una casa non ce l’ha?

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“Restate a casa” è il ritorno che accompagna questa emergenza Coronavirus da settimane ormai. Eppure, non tutti hanno il lusso di poter rispettare questo invito, a Piacenza come nel resto d’Italia una fetta di popolazione vive ai margini delle strade, sotto i ponti o accampato nelle stazioni ferroviarie perché una casa non ce l’ha.

Come comportarsi allora con i clochard? Seppur cerchino di farsi invisibili, ci sono e anche in questo periodo di emergenza sono là fuori con pochissimi aiuti di associazioni, come la Caritas diocesana di Piacenza e Bobbio e la Ronda della Carità, che non li dimenticano e cercano di creare anche per loro delle condizioni di sicurezza.

Un problema nel problema, soprattutto se si pensa che molti istituti sono giustamente chiusi per via del decreto e le forze dell’ordine, nel rispetto delle nuove misure di sicurezza, devono controllare e denunciare chiunque non ha validi motivi per trovarsi in strada.

A Piacenza la Caritas ha spostato il servizio mensa presso il centro Il Samaritano in via Giordani che è stato allestito in modo da creare un percorso di accesso che rispetti le distanze con l’ausilio di agenti della polizia locale oltre ai normali volontari. I centri di accoglienza sono invece chiusi e le 14 persone ospitate sono state spostate in appartamenti singoli messi a disposizione dalla parrocchia.

Anche il Rifugio Segadelli gestito dalla Ronda della Carità ha preso tutte le misure possibili per garantire la sicurezza anche dei propri volontari, distanziando i letti e misurando la temperatura a ogni apertura. Mancano però guanti e mascherine, presidi fondamentali per tutelarsi e tutelare.

A homeless beggar man lying on the ground outdoors in city asking for money donation, sleeping.

Sappiamo però che non è possibile monitorare davvero l’attività di persone che durante il giorno vagano per la città, a volte senza avere la reale percezione di quello che sta succedendo. Come dice Antonio Mumolo, presidente dall’associazione Avvocato di Strada e consigliere regionale in Emilia-Romagna: “Il problema è che queste persone non hanno la possibilità di curarsi perché non avendo una residenza non hanno un medico e dunque se si lasciano in strada possono diventare inconsapevolmente un veicolo di contagio”. Quindi, continua Mumolo occorre “ricordarsi che da questa emergenza se ne esce tutti insieme. Se non ci si vuole occupare dei più poveri a titolo di solidarietà umana lo si faccia per tutelare la salute di tutti”. 

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