Piacenza è la quinta città più ricca in regione, subito dietro Parma, mentre l’Emilia-Romagna si piazza al terzo posto. Sono i risultati della 23° edizione dell’Osservatorio Findomestic Banca. Nella graduatoria regionale Bologna si classifica al primo posto registrando, nel 2016, un reddito pro capite di 25.333 euro, in aumento rispetto al 2015, secondo solamente a quello di Milano. Dopo il capoluogo, per quanto riguarda l’Emilia Romagna, al secondo posto si colloca la provincia di Forlì-Cesena, seguita da Modena (22.345), Parma (22.138 euro pro capite), Piacenza (21.583), Ravenna (21.004), Reggio Emilia (20.792), Rimini (19.422) e Ferrara (19.243). La particolarità dell’Emilia-Romagna, spiega Claudio Bardazzi, responsabile dell’Osservatorio Findomestic, sta nel fatto che “tutte le sue province hanno un dato superiore alla media nazionale, che è di 18.000 euro”.
Il reddito pro capite dell’intera Emilia-Romagna cresce invece del 2,6% (la media nazionale è del 2,4%), con un valore di 22.251 euro per abitante. L’Emilia-Romagna è anche la regione che, insieme alla Lombardia, ha visto una maggiore crescita del Pil nel 2016 con un incremento dell’1% contro lo 0,7% di media nazionale.
Ma che cosa acquistano i cittadini emiliano romagnoli? Secondo l’indagine, in crescita è la spesa per acquistare beni durevoli come auto (+11,7% di macchine nuove, +4,5% di veicoli usati e +15,8% di moto), mobili (+1,8%), elettrodomestici (+4%) e prodotti informatici (+1,6%).
La sostenibilità, sempre secondo l’indagine dell’Osservatorio Findomestic, è un valore sempre più discriminante e premiante. I consumatori, infatti, in Emilia Romagna come nel resto d’Italia, hanno un atteggiamento molto selettivo ed esigente: ben sette su dieci sono disponibili a premiare le aziende che investono in sostenibilità, pagando di più i loro prodotti. Per contro, qualora un’azienda si dimostrasse evidentemente non sostenibile, sono disposti a boicottarla astenendosi dall’acquisto (nel 64% dei casi), oppure sconsigliandolo a parenti ed amici (nel 45%).
In effetti la qualità intesa in senso lato (61%) è oggi il valore guida degli italiani quando fanno acquisti davanti al prezzo (58%) e alle promozioni (40%), capovolgendo un paradigma che spesso vedeva il fattore economico come elemento discriminante; l’indagine rileva poi come ben l’87% degli intervistati sceglie marchi di fiducia, possibilmente italiani, meglio se con una buona reputazione.
Per il 53% degli intervistati il concetto di sostenibilità è intrinsecamente connesso alla variabile ambientale: l’attenzione alle risorse limitate è notevole, mentre la sostenibilità ormai non è più una dichiarazione, ma uno stile di vita sempre più diffuso (87%).
I settori considerati più virtuosi sono quelli alimentari, energetico e automobilistico, anche grazie alla ingente comunicazione di prodotto che è stata effettuata, facendo cardine sui temi della sostenibilità. Per quanto concerne il terziario, e più in particolare banche e assicurazioni, la sostenibilità viene misurata dalla vicinanza ai clienti che attraversano momenti di difficoltà (40%), da una comunicazione chiara e trasparente (35%), dall’offerta di prodotti e servizi adeguati e non sovradimensionati (33%). Sul versante aziendale gli investimenti in sostenibilità vertono principalmente sulla governance, sulla sostenibilità sociale ed ambientale. L’80% delle società intervistate dichiara che l’impegno nella sostenibilità si traduce in una migliore performance economica finanziaria nel medio/lungo periodo. Tuttavia la mancanza di ritorno immediato unita a quella di incentivi di mercato, sono elementi che rallentano lo sviluppo della sostenibilità all’interno delle aziende, secondo circa un’azienda su quattro tra quelle intervistate.




