“Recluse”, si raccontano in un libro
le donne detenute invisibili

0

di Elena Caminati – Recluse non solo perchè sono dietro le sbarre, ma anche perchè costrette a vivere nell’invisibilità. La popolazione carceraria femminile è solo il 4 per cento del totale, per lo più formata da uomini. Un universo spesso in ombra anche per la politica che dovrebbe amministrarlo. Recluse è una narrazione di storie di detenute che le autrici, Grazia Zuffa e Susanna Ronconi, hanno raccolto nei carceri di Sollicciano, Empoli e Pisa. “Abbiamo descritto non delle donne vittime della detenzione ma forti che hanno consapevolezza e strategia di tenuta – racconta Susanna Ronconi – un ritratto di un gruppo invisibile ma dall’altro lato emergono donne forti e consapevoli”.
Una presentazione che l’associazione Verso Itaca onlus ha voluto fare proprio nella giornata internazionale dedicata ai diritti umani; un libro sul carcere femminile che esce dopo anni dall’ultimo testo indagine su questo argomento datato 1992. Un racconto, in forma narrativa lasciato alla donne stesse che hanno consegnato pezzi di storie a Susanna Ronconi, detenuta lei stessa negli anni 80. Il bisogno più forte che emerge dai racconti, per altro spesso dolorosi ma dignitosi, è una ricerca del rispetto. “Il rispetto di sé, delle altre detenute e delle istituzioni – conferma Ronconi – il rispetto è un diritto su cui si fondano tutti gli altri. E che sia uscita questa domanda significa che c’è ancora molto da fare. In secondo luogo è emersa forte l’esigenza di un riconoscimento del proprio universo emotivo relazionale, sia come madri, moglie e figlie. La detenzione dovrebbe privare della libertà non degli affetti”.
Nei racconti di ogni donna, al di là della storia personale e del perchè si trova in carcere, ciò che inveve viene lamentato è l’eccesso della pena, da qui il tema della sofferenza non necessaria. “C’è una sofferenza non necessaria inflitta dall’istituzione, se i diritti umani fossero davvero tali, sarebbe possibile attenuare questa sofferenza. Un altro bisogno molto forte è riuscire ad utilizzare il tempo del carcere che il più delle volte rimane tempo morto. Sarebbe necessario invece prepararsi al dopo – spiega Ronconi – la vita non va programmata quando si varca il portone, perchè potrebbe essere tardi”.
Gestione degli affetti, formazione all’interno del carcere per prepararsi al dopo pena, una migliore applicazione delle pene alternative che formalmente esistono ma che concretamente sono sottoutilizzate, conseguenza che l’autrice attribuisce al clima sociale. “Ci troviamo in un clima sociale che porta una domanda di punizione molto elevata e questo ha valanza su chi amministra il carcere. Partendo dalla soggettività delle donne detenute sono loro la prima forza da mettere in moto rispetto al cambiamento”.

LASCIA UN COMMENTO

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.