
Gli interventi degli operatori sul territorio e in regione e come si muovono in contesti illegali come a Modena
I rave sono difficilmente prevenibili e l’intervento della forza pubblica è sempre l’ultimo ricorso. Tutto si gioca sulla rapidità e sull’occupazione abusiva dell’area interessata da parte di una massa critica di persone sufficiente a dissuadere qualsiasi autorità dal procedere con uno sgombero, senza rischiare di provocare incidenti gravi. Al festival di Halloween “Witchtek”di Modena c’erano 4mila partecipanti e l’edificio occupato è stato “restituito” dopo due giorni di rave (dal 28 al 30 ottobre) dagli stessi organizzatori in modo assolutamente pacifico.
“Siamo stati gli ultimi a lasciare l’area il nostro compito è la riduzione del danno inteso come contenimento degli effetti di un abuso di sostanze stupefacenti”, spiega Federica Arpini degli Operatori per la Strada (Ops).
L’assenza di marketing anzi la segretezza degli eventi è una costante dei rave. Vengono solo fornite indicazioni di massima alcuni giorni prima affinché la carovana dei camper si metta in moto da tutta Europa verso un caravanserraglio ancora sconosciuto. Nel caso della festa di Halloween le indiscrezioni in circolazione suggerivano come possibile location il Piacentino, territorio in cui già in passato si sono svolte manifestazioni simili, come a Monticelli nel 2019.
Appena i promotori montano le casse e cominciano a mettere musica viene condivisa la posizione del rave party via Telegram oppure Signal, applicazioni di messaggistica ritenute più sicure di Messenger o WhatsApp. L’evento è sempre internazionale e risponde a una rete anonima di collettivi di artisti chiamate “Crew”. “Non abbiamo contatti diretti con gli organizzatori, ci muoviamo come tutti in base alle informazioni che riceviamo”, dice Arpini.
Gli Ops fanno parte del Coordinamento Regionale delle Unità di Strada, una rete composta da una decina fra organizzazioni, cooperative e associazioni che si occupano in modo specifico della riduzione del danno nei grandi eventi, legali o meno. “Andiamo ai rave clandestini ma siamo presenti anche davanti ai locali e alle discoteche piacentine, negli eventi dell’arena Daturi e ai principali festival della provincia”, specifica Arpini.
Nei rave, fra la confusione e la musica contundente, gli operatori del Coordinamento costruiscono dal nulla e in rapidità una zona “Chill-out”. Quest’ultima si compone di un gazebo e un tendone con materassi, grandi cuscini e coperte termiche. A chi vi accede viene offerta una bibita calda (rigorosamente analcolica), dei tappi alle orecchie e, se necessario, gli educatori si attivano nella complessa operazione di dialogo finalizzata a far tornare sul pianeta terra un animo alterato da droghe pesanti. “Ma le persone sono più responsabili rispetto al passato – precisa Federica Arpini -, a Modena non ci sono stati interventi di rilievo, abbiamo chiamato il 118 quattro volte di cui una a causa della frattura a un piede di un ragazzo”.
Niente scenari apocalittici di caos, overdose e drogati stramazzanti con la siringa al braccio. Per reggere tre giorni consecutivi in tecno-raduni selvaggi dove sparano musica a 160 decibel (quando il limite per le discoteche è 80) a 200 BPM (ovvero i battiti per minuto), esiste una nuova generazione di eccitanti. Anfetamine, Ecstasy e Ketamina. “La cocaina, largamente usata nelle discoteche e nei club cittadini è vista come una droga borghese”, dice Arpini. Il consumo di sostanze nei rave diventa quindi anche una questione ideologica, un atto militante. Niente cocaina, la droga dei capitalisti e niente eroina, il veleno diffuso per distruggere i proletari.
Anche il luogo scelto per il raduno non è mai casuale ed ha sempre un valore simbolico. Vengono scelte ex fabbriche o magazzini in disuso perché feticci della decadenza di un mondo del consumo che i ravers rifiutano. Così nascono le Temporary Autonomous Zone (Taz – “Zona temporaneamente autonoma”). Niente di prolungato o definitivo, solo il nuovo brand di un ambiente “liberato” dal sudore e dalla fatica della catena di montaggio di cui rimane la cadenza della tecno, alienante e ripetitiva fino all’ossessione, come il lavoro in fabbrica.
“C’è una storia dietro a questi eventi: il rifiuto del consumismo e del divertimento mainstream. Un’impronta libertaria che non sparirà mai, neanche davanti a leggi più dure”, afferma Marco Battini del Coordinamento delle Unità di Strada. Molti giovani, come i 4mila a Modena, rivendicano semplicemente spazi liberi e gratuiti. Sono quei ragazzi che per ballare devono passare sotto il visore di un buttafuori, pagare il biglietto trenta euro e una birra otto.
Marco Battini è un educatore della Cooperativa Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia ed è fra i massimi esperti italiani della riduzione del danno in contesti vari, in particolare durante i grandi eventi come il rave modenese.
“Il nostro lavoro – dice Battini – non sempre è compreso, talvolta la gente pensa che favoriamo la tossicodipendenza invece siamo presenti per contenere gli effetti dell’abuso di sostanze stupefacenti, alcol incluso, in ambienti ad alto rischio”.
All’interno del Coordinamento delle Unità di Strada e in occasioni come il Witchtek di Halloween c’è l’associazione torinese Neutravel che si occupa di drug-checking. Si tratta di un camper riconvertito in un piccolo laboratorio con personale qualificato in grado di analizzare in tempo reale cosa contiene lo stupefacente che si sta per assumere. Permette al consumatore che ne richiede il servizio in completo anonimato di capire se la sostanza è adulterata con altri e ben più pericolosi veleni.
Ci sono alcuni periodi dell’anno in cui i rave sono ricorrenti. Non se ne conosce il luogo fino a cose fatte ma per Halloween, per Pasqua e per Ferragosto si tengono quasi sempre eventi di questo tipo. Come deterrente all’organizzazione di nuove e simili feste, il governo Meloni ha emanato un decreto proprio nei giorni del rave di Modena che inasprisce le pene nei confronti di promotori e partecipanti. “Ma il pericolo – osserva Battini – è di spingere il movimento rave ad intraprendere percorsi nascosti, non comunicati e ancora più clandestini e per noi operatori di non poter più agire in contesti a rischio, di non poter intervenire tempestivamente per soccorrere chi si trova in difficoltà”.




