Superare le barriere tra centro e periferia portando cultura, teatro ed eventi in periferia, sfruttando anche l’occasione per conoscere meglio città e culture diverse. Questa è la proposta del sociologo Giampaolo Nuvolati, direttore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli studi di Milano Bicocca e coordinatore del comitato Aiquav, l’Associazione Italiana per gli studi sulla Qualità della vita. E proprio dalle classifiche parte la riflessione di Nuvolati, che spiega: “lasciano il tempo che trovano. È complesso definire cosa si intenda per qualità della vita, sebbene il tema sia oggetto di analisi da cinquant’anni e più”. Per Nuvolati, in particolare, una classifica sulla qualità della vita non è affatto determinante: “se Piacenza arretra non vuol dire che necessariamente sia peggiorata la qualità della vita”. Anzi, può succedere, secondo Nuvolati che si possa, ad esempio, anche guadagnare di più, peggiorando magari nella graduatoria (visto che altri fanno meglio) ma non, nei fatti, nella qualità della vita. Per Nuvolati “non è mai il caso di fasciarsi la testa o di esultare di fronte ai piazzamenti” e sulla città di Piacenza ha le idee chiare: “continuiamo a vedere che il centro è un po’ vuoto, che il rapporto tra periferia e centro è difficile, che il centro non va mai in periferia”. La creazione di nuove centralità nelle periferie urbane è, da molto tempo, una delle ipotesi per il rilancio di zone disagiate e Nuvolati pone l’accento proprio su questi temi, proponendo di portare rappresentazioni teatrali, mostre ma anche lezioni universitarie nelle periferie: “Gionata Xerra ha fatto cose bellissime su Palazzo del Governatore, il videomapping, ma perché non proiettare queste forme di espressione di punta sui muri della Farnesiana invece che in Piazza Cavalli?”. Altra iniziativa che suggerisce Nuvolati è l’Open Day della città, dove si possano mostrare (soprattutto ai più giovani) i “retroscena” di luoghi da conoscere meglio: “è utile vedere come sono fatti una banca, un ristorante, una fabbrica o un ospedale” spiega, aggiungendo: “non penso necessariamente a luoghi storici ma proprio a luoghi della quotidianità che anche gli adulti conoscono poco”.




