di Riccardo Biella – Purtroppo quando Papa Francesco con il suo stile sobrio e con una battuta fra il serio ed il faceto afferma che se parla di poveri, di terra, casa e lavoro alcuni lo definiscono comunista, non fa altro che descrivere il fastidio (gridato o sussurrato) e la chiusura ” a riccio” di molti cristiani, anche “nostrani”, nei confronti di chiunque si soffermi sui temi delicati e laceranti della giustizia economica e sociale che sempre più affliggono l’intero pianeta (Italia compresa).
Infatti nel sentire e nell’immaginario collettivo di tanti individui o gruppi che pure si rifanno all’insegnamento di Gesù come orientamento per le loro scelte di vita e per la loro formazione, si è consolidata quasi una sorta di pregiudizio che sistematicamente liquida come improprio o non dovuto l’impegno dei cristiani per migliorare i meccanismi economici e sociali del libero mercato appioppando l’etichetta di “comunista” a chiunque accenni ad argomenti come “redistribuzione delle ricchezze”, “difesa del lavoro”, “funzione sociale della proprietà”, “equità fiscale” ecc.
In proposito lo stesso Papa Francesco, nel documento “Evangelii Gaudium” che costituisce il documento più organico di indirizzo pastorale del suo pontificato finora emanato, scrive: “Quante parole sono diventate scomode per questo sistema! Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia”
L’esortazione di Papa Francesco e la situazione sempre più drammatica di tanti strati di popolazione delle nostre società (Italia inclusa), richiamano l’urgenza di avviare, all’interno del variegato mondo dei cristiani – e sono tanti a definirsi tali anche nel nostro “belpaese” – una sincera e profonda verifica, sia sul piano personale che a livello di movimenti o associazioni, in ordine al punto centrale e discriminante dell’annuncio evangelico di Gesù di Nazareth: l’opzione preferenziale per i poveri.
Tale opzione è una categoria teologica (quindi “fondativa”) prima che culturale della religione cristiana senza la quale il Vangelo rischia di “affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone”.
La verifica dovrebbe coinvolgere, primi fra tutti, i cristiani che occupano ruoli di responsabilità e di primo piano in politica, nel governo, nel sindacato, nella cultura e nell’imprenditoria economica e finanziaria, ed anche nelle gerarchie ecclesiali, evitando così che essi si mantengano lontano dai poveri con la scusa “che le loro scelte di vita comportano di prestare più attenzione ad altre incombenze”.
Occorre in particolare che costoro prendano coscienza che l’ approccio tradizionale ai temi della povertà fatto solo di compassione e assistenza caritatevoli che fanno tuttora parte della migliore esperienza di tanti individui e gruppi cristiani, e che sono certamente una testimonianza luminosa, sono però solo risposte provvisorie.
Occorre un impegno più diretto ed esplicito per risolvere le cause strutturali della povertà e delle disuguaglianze, rinunciando alla autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria. La politica e l’economia non possono più confidare solo nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. “La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benchè la presupponga. Richiede decisioni e programmi orientati ad una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro. ”
Un esempio? Proprio alcuni giorni fa il Papa rivolgeva un accorato appello ai Responsabili: “mai più nessuna famiglia senza lavoro”!
D’altro canto è’ stato detto in questi giorni, autorevolmente e probabilmente non senza fondati motivi legati ai mutamenti intervenuti nel sistema economico: il posto fisso di lavoro è finito!
Perché politici, imprenditori, sindacalisti cristiani non si impegnano nella sfida per garantire non il “posto di lavoro fisso” (che forse non sarà più possibile avere) ma per garantire un percorso di “lavoro fisso” ad ogni giovane che esce dalla scuola, senza del quale è difficile pensare a costruirsi il futuro, fare una famiglia, realizzarsi? Impossibile? In qualche altra nazione europea ci sono già riusciti.




