Era dall’epoca di Tangentopoli, poco più che trentenne, che aveva la tessera della Lega Nord in tasca. Ventidue anni di militanza, quattro legislature in Parlamento tra Camera e Senato, due volte candidato sindaco (1998-2012), infinite presenze in Consiglio comunale ora con la cravatta ora con il fazzoletto verdi, cattolico ai limiti dell’integralismo, istrionico e provocatore in alcune sue iniziative (la messa in latino, la commemorazione pubblica della battaglia di Lepanto), qualche “scivolone” di cui pentirsi, come quando insultò la deputata disabile Ileana Argentin nel 2011. Uno con questi tratti, talvolta imprevedibili, non poteva che dividere. E così ha fatto anche nel suo partito, fino all’epilogo di questi giorni. Massimo Polledri espulso dalla Lega Nord. Cacciato dal Federale di Milano nello stesso giorno in cui veniva epurato anche il sindaco di Verona Flavio Tosi, un altro che negli anni, essendo personaggio scomodo, aveva trovato sempre più nemici perfino tra gli stessi gerarchi. Nella Lega di Matteo Salvini, che ha l’indubbio merito di averla riportata prepotentemente e in poco tempo in doppia cifra, o ti allinei perfettamente o sei nei guai.
A Milano per Polledri hanno rispolverato quel dossier che era stato congelato un anno e mezzo fa.
Visceralmente contro l’attuale segreteria retta da Pisani e il suo entourage, erano anni e anni che Polledri tirava la corda. Non è esagerato né infantile dire che a un certo punto si andava avanti a furia di dispetti più o meno reciproci. Spalleggiato da un gruppo di fedelissimi, il cui numero è però viavia diminuito nel corso degli anni, Polledri le ha tentate tutte pur di scalzare il gruppo di nuovi padani che avanzava negli anni più difficili, quelli in cui la Lega di Belsito aveva perso smalto, identità e credibilità.
Più il tempo passava, più Polledri se ne inventava di nuove e più le fila dei nemici si ingrossavano: prima l’ex amico Maurizio Parma, poi il consigliere regionale Stefano Cavalli. Una guerra fredda continua, fino a un isolamento quasi fisiologico accompagnato dalle mille voci che lo vedevano gioco forza approdare a qualche altro schieramento. Si parlò inizialmente dell’Udc, poi di Fratelli d’Italia. Niente. Polledri è rimasto nella Lega, quasi fosse una sfida.
La madre di tutti i peccati però arriva nel 2010: in Provincia scoppia il caso di Davide Allegri, ex assessore del Carroccio che fu indagato per questioni legate al fotovoltaico. In Lega si formarono due linee: quella di chi lo difendeva, quella chi lo attaccava. Lui cosa fece? Promosse il manifesto degli onesti, mandando su tutte le furie la segreteria. Un’incrinatura pesante, una frattura insanabile. Da quel momento i tentativi di cacciata furono svariati. Fino a quando promosse a Pecorara la Festa della Zucca parallela a quella ufficiale del partito. Troppo. La segreteria scrisse in via Bellerio. Vi fu una prima espulsione, poi un parziale dietrofront. E ora, quando le acque sembravano quiete, ecco la nuova espulsione. “Un fulmine a ciel sereno – ha commentato Polledri – attendo di conoscere le motivazioni”.
Nella Lega non ha mai avuto un vero “padrino” politico, che forse l’avrebbe salvato. Si, lui dice Umberto Bossi, ma quello lo è per tutti i leghisti. Lui ha sempre guardato più al Vaticano e ai cardinali come punto di riferimento. Ora sarà chiamato a fare le sue scelte. C’è da giurare che battaglierà ancora. Comunque la si veda la Lega Nord di Piacenza perde il politico più in vista degli ultimi 20 anni.




