Non per caso è nato pochi giorni fa un nuovo sito internet a tutto tondo dedicato alle realtà musicali della provincia: si chiama “Piacenza Music Pride” ed emette i suoi primi vagiti. Poco più di un anno, invece, è passato dalla pubblicazione de “Le storie dal rock piacentino”, libro curato dal veterano Antonio “Tony Face” Bacciocchi che racconta (i primi) cinquant’anni di storia della “musica del diavolo” nata e cresciuta a Piacenza e provincia. Una iniziativa sul web e l’altra su carta stampata che mappano, storicizzano e promuovono un panorama florido e in perpetuo sommovimento, in cui tutti i generi musicali sono ben rappresentati da una foltissima schiera di band e musicisti di ogni età ed estrazione. Due progetti che da un lato registrano l’entità, l’importanza e il valore del fenomeno ma dall’altro sembrano quasi assumersi l’onere e l’onore di dover certificare, accreditare e riconoscere l’esistenza di un mondo che non gode di sufficiente considerazione.
Alla scena piacentina non manca quasi niente. Innanzitutto, non meno di un centinaio di gruppi, progetti e sodalizi musicali. Sul filo della passione, c’è chi è finito a Sanremo e chi ancora in cantina non smette di cercare il “duende” creativo. Ci sono studi di registrazione seri e di qualità che anche in tempi di crisi sfornano decine di dischi autoctoni ogni anno. Scuole di livello per ogni genere di formazione e una miriade di realtà secondarie ma di importanza capitale per la loro presenza capillare sul territorio. Associazioni e collettivi che organizzano festival, concerti, eventi, rassegne e iniziative di ogni sorta. E questi sono solo alcuni indicatori che riflettono la ricchezza dell’offerta. A latitare non è la “elite” (che è tale suo malgrado) composta da chi “ci prova”. Piuttosto c’è un deficit partecipativo.
Un esempio banale. L’ormai ventenne festival rock cittadino “Tendenze”, tornato a far grandi numeri, non riesce comunque ad espandere più di tanto il suo bacino. Nei licei, tanti ragazzi pronti a indicare la musica come una ragione di vita non lo conoscono o non ci sono mai stati. Poi c’è chi frequenta solo i propri concerti e magari mentre suona un altro resta fuori a fumare senza aver provato ad ascoltare manco un pezzo. Ci sono promotori e organizzatori che disertano sistematicamente le attività proposte dalla “concorrenza”. Fan e amici di questa o quella band che non ne conoscono nessun’altra perché si accontentano di far serata tra loro senza particolari ambizioni. E poi c’è una maggioranza silenziosa che snobba a prescindere quel che si suona a Piacenza perché siamo solo una piccola città morta e all’etichetta “musicista piacentino” corrisponde quasi sicuramente uno “sfigato”.
Ecco, oltre ad ammirare e invidiare realtà forestiere, per abbattere davvero qualche steccato forse dovremmo prima di tutto ritrovare un po’ di orgoglio. Piacenza non vive e non muore da sola, ma per merito o per colpa di chi la abita. È brutto sentir dire che “non c’è mai niente” e poi notare sempre le stesse facce ai concerti. Chi si lagna della scarsa vitalità del nostro tessuto urbano e stenta a trovare una dimensione che lo soddisfi dimentica che la penuria di occasioni, posti e situazioni dipende innanzitutto dalla mancanza di una domanda agguerrita, di un bisogno vero. Si rinuncia ai concerti e ai dischi ma non all’i-Phone. Chi lamenta morìa forse non ha mai provato a incuriosirsi. A lasciarsi tentare dalla proposta di chi si mette in gioco imbracciando una chitarra o scaricando la batteria dal baule per montarla sul palco, stringendo un microfono per far sentire la sua o i denti per pagarsi un disco.
Il sito piacenzamusicpride.com (promosso dall’ex assessore comunale Giovanni Castagnetti con Sara Marenghi, Elena Bertocchi, Cristina Spelta e Luca Castagnetti) e il libro curato da Bacciocchi – l’uno ambisce a farsi vetrina e megafono delle eccellenze musicali locali, l’altro dà fondamento e sigillo alla storia di una città che suona bene – sono due begli strumenti. Piacenza pullula di eventi musicali grandi e piccoli. I giornali stimolano e rilanciano l’interesse verso ciò che si agita tra le mura e nei confini provinciali. I musicisti cercano di promuoversi per arrivare alla gente. Le occasioni non mancano. Basta tendere l’orecchio. Partecipare e darsi la possibilità di appassionarsi. Generare comunicazione, crescita e socialità. Chiedere, scommettere, sperimentare. E allargare la “community”. Per provare a far di Piacenza una “città futura” dobbiamo prima di tutto scrollarci di dosso il peccato originale del provincialismo e uscire dai cliché della routine. Forse smetteremo di sognare una città diversa perché sarà diventata realtà.




