Tra l’insoddisfazione per essere da sempre la cenerentola dell’Emilia Romagna e i dubbi di molti sull’ipotesi di ‘guadare il Po’ per entrare in Lombardia, Piacenza potrebbe avere i maggiori vantaggi scegliendo una terza strada: quella della Lunezia, “Cuore verde d’Europa” definito qualche tempo fa dalla rivista di Geopolitica ‘Limes’ come un “nuovo centro geocomunitario”.
Ne è convinto il presidente dell’Associazione Culturale Regione Lunezia Rodolfo Marchini, che rilancia il progetto di costituzione della regione emiliano-lunense in un momento decisamente particolare: proprio in questi giorni, infatti, nella nostra città le indiscrezioni – riportate dal Corriere della Sera – sull’ipotesi (allo studio del Ministero della Pubblica amministrazione e dell’Interno) di accorpare le Province di Parma e Piacenza hanno fatto storcere il naso a molti, soprattutto a quelli già “scottati” dall’unione dei parchi in una macroarea (da dicembre) e da quanto di analogo si prospetta per il distretto del pomodoro ma anche a quanti combattono il progetto di centrale operativa del 118 unificata e dirottata a Parma.
Ecco allora la possibile terza via, la Lunezia rilanciata dallo slogan “100 Province in meno, una Regione in più”: comprenderebbe (vedi cartina) le province italiane di Massa-Carrara, Mantova, Parma, Piacenza, Reggio Emilia e La Spezia accomunate da legami geografici, storici e culturali (basti pensare a dialetti e musica), ma anche i territori comunali della Garfagnana (parte della provincia di Lucca) e della zona sud-est della provincia di Cremona, un comprensorio geografico definito come ‘Lunezia Major’ mentre la ‘Lunezia Minor’ sarebbe costituita solo dalla ‘Lunezia storica’ (La Spezia, Parma, Piacenza, Massa-Carrara, Reggio Emilia e Garfagnana).
Piacenza in Lunezia: quali vantaggi avrebbe?
“Piacenza – spiega Marchini – è strategicamente collocata sulla via Emilia e potrebbe godere di tutti i vantaggi di una regione trasversale che, collocata sull’asse Tirreno-Brennero, aggregherebbe a sè forti interessi di ordine economico, culturale e politico che oggi non sono del tutto espressi o sono compromessi dall’assetto regionale attuale. In questo contesto potrebbe assumere una posizione strategica anche la vasta area di montagna dell’Appennino che, da semplice confine, diverrebbe una cerniera di realtà territoriali – Pianura Padana e Mar Tirreno – bisognose l’una dell’altra. La centralità delle aree collinari e di montagna – basti pensare a certe zone di Val Nure e Val Taro – potrebbe anche candidare la montagna stessa, oggi sempre più abbandonata e declinante, a cuore verde della Lunezia e a sede ideale del capoluogo regionale: è successo ad esempio per la sede del Parlamento Europeo, collocata non nelle più grandi città europee ma a Bruxelles e Strasburgo, con una serie numerosa di Authority decentrate. Ogni città della Lunezia potrebbe insomma candidarsi ad essere capitale di una specifica eccellenza, e Piacenza – che ne ha parecchie, dalla logistica all’enogastronomia, dall’agricoltura al manifatturiero – sarebbe una sicura protagonista”.
Lunezia come Regione delle capitali, fatta di città e province medio-piccole rese più forti da un network?
“Esatto, un network creato sulla base di un progetto condiviso, sinergico e partecipativo che potrebbe beneficiare anche dei fondi spettanti ad una nuova Regione e quindi realizzare obiettivi che oggi, alle città che ne farebbero parte, sono del tutto preclusi da capoluoghi regionali che sono ‘assi pigliatutto’.
Una parte di Piacenza ha coltivato aspettative verso la Lombardia per il crescente centralismo bolognese (deriva che sarebbe solo accentuata dalla nascita delle città metropolitane), ma potrebbe giocare un ruolo di peso solo nella futura Lunezia, la cui nascita potrebbe innescare la revisione complessiva degli assetti regionali che potrebbe anche garantire un migliore e più efficiente assetto dell’intero Stato, con i vantaggi economici che ne deriverebbero”.




