scritto da Redazione Online Apr - 12 - 2018 TAG: ,

di Bernardo Carli – So bene che rischio di diventare noioso ripetendo quello che ho già sostenuto più volte in merito alla cultura o non cultura a Piacenza, ma, dopo la sconfitta di Piacenza Capitale, il tema si arricchisce di particolari che richiedono qualche riflessione.
Innanzi tutto Piacenza “triste”, ha scatenato la solita corsa alle smentite: siamo ricchi d’arte come nessuno, propositivi, intelligenti, belli, lungimiranti e chi più ne ha più ne metta. Insomma, le solite esagerazioni senza che mai sorga il dubbio che, a furia di “sedersi sugli allori”, la città continua a perdere occasioni per recuperare la dignità ed il posto che le spetterebbe nel panorama nazionale.
La sconfitta ci dice che non abbiamo ben sfruttato quelle risorse che senza ombra di dubbio possediamo. Ancora una volta richiamo l’attenzione sulla differenza tra giacimenti storici e proposta culturale: alla seconda categoria non si ascrivono le ascensioni nelle cupole o l’esposizione delle opere d’arte. Si tratta di beni che appartengono al passato, bisognosi d’essere valorizzati e posti alla fruizione del pubblico, ma non rappresentano quella vivacità “culturale” che da luogo a nuove proposte. Uno degli indicatori previsti nel bando per la capitale era giustappunto questo, secondo la moderna definizione di tutto ciò che è e fa cultura.
Ma il ragionamento non finisce qui. E’ incontrovertibile verità che, dove il podio è predisposto con un solo posto, arrivare secondi, ci piaccia o no, significa comunque perdere la partita. Partendo da questa constatazione e dal fatto che il vincitore della gara non solo è a noi prossimo, ma vince da sempre nei nostri confronti con modalità all’insegna di una aspra concorrenza. Mi auguro di sbagliare, ma non farei così tanto affidamento su quel patto che Piacenza stipula con la città di Parma e Reggio Emilia, “l’area vasta”. Questo non vuol dire negare ogni collaborazione, ma soltanto non riporre la speranza che dall’unione la nostra città possa guadagnare grossi vantaggi. Il rischio è che si sia comunque secondi o gregari, a meno che il cimento non avvenga su un piano diverso. Mi permetto di ricordare che tanti anni fa, quando Piacenza era per me fuori da ogni immaginazione, i libri di arte sui quali mi andavo formando mi avevano reso familiare un Duomo ed un Battistero, archetipi dell’architettura medioevale, con i rilievi di uno dei capostipiti della scultura. Parma, insieme a Modena e ad altre città stava nel bagaglio di conoscenze d’ogni studente, mentre la nostra città veniva confusa con altri capoluoghi lombardi.
Piacenza tuttavia ha prerogative che la possono rendere unica: il rapporto che la città stessa ha con un territorio vasto e estremamente ricco da un punto di vista ambientale, ma anche storico ed artistico. Faccio fatica a comprendere per quale ragione la città non abbia valorizzato il suo ruolo in funzione di tale patrimonio che non è fatto solo da borghi come Castell’Arquato o Bobbio, ma di luoghi suggestivi che si collocano nei più bei paesaggi italiani: borghi e castelli sconosciuti ai più, potrebbero fare la felicità di un turismo di qualità, rispettoso dell’ambiente naturale, in cerca di vacanze di riposo e salute. La nostra “area vasta” non può essere che quella che più ci compete, il nostro territorio, ma per affermare questa identità, per mettere a sistema questa ricchezza, occorre che si facciano progetti per itinerari turistici e soprattutto che si elaborino “pacchetti” completi da pubblicizzare sulla rete, ad uso di un turismo non soltanto nazionale. La nostra città, da sola, favorisce purtroppo un turismo “mordi e fuggi”, che solo raramente prevede un pernottamento; itinerario misto di città e territorio, come accade in altre regioni soprattutto della Francia può attrarre quella “lentezza” che molti visitatori cercano. Sono convinto che su questo versante, Piacenza non abbia rivali coniugando storia, ambiente, cultura e cibo. Nei miei diversi viaggi nella regione dell’Alsazia, non sono mai riuscito a lasciare Strasburgo, che ne è capitale, senza un tour dei Castelli e dei centri dove si producono vini e prodotti straordinaria originalità. Questo è il modello giusto al quale guardare. Occorre tuttavia che Piacenza si organizzi e magari pure che … si dia una ripulita, che si doti di strumenti e servizi di informazione che non risiedano esclusivamente nel centro della città, ma agli ingressi: che senso ha cercare informazioni su un centro storico quando già ci si trova dentro? Una città come Brescia si è dotata di una segnaletica che indica non solo i monumenti, ma i diversi itinerari per la visita. Ed ancora, le strade debbono essere liberate dalle auto, la cui presenza è nemica d’ogni visita a monumenti: il sommesso scalpiccio dei pedoni in strade vuote favorisce quella scoperta di palazzi e chiese che ingolosisce i visitatori. E’ infine necessario che la città si doti di servizi ,soprattutto igienici: non è ammissibile che sia delegato a volenterosi baristi e ristoratori il compito di provvedere ai bisogni dei forestieri in viaggio. Fino dagli anni settanta in numerose città funzionano servizi centralizzati per la prenotazione di alberghi e ristoranti dell’intero territorio capaci di rispondere ad ogni domanda compresi i costi.
Invece d’essere gregaria rispetto ad altre città, Piacenza dovrebbe stringere un patto con il proprio territorio, tutti ne avrebbero vantaggi.

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