“Per favore, non chiamateci “Indios”. I latinos di Piacenza di fronte alla crisi e ai clichés

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Centinaia di fedeli hanno ripreso a riunirsi ogni domenica nel cortile della Casa Madre dei Missionari Scalabriniani, in via Torta. Pregano composti, distanziati, all’aperto. Sono una piccola parte dei circa 8000 immigrati latino-americani residenti nel territorio piacentino. Le comunità più
numerose sono quella peruviana e quella ecuadoriana, inquadrate in due associazioni gemelle di stampo cattolico: “El Senor del los Milagros” e “La Virgen del Cisme”, fondate entrambe nella prima metà degli anni ’90.
A officiare la messa in spagnolo c’è Padre Sante Zanetti, missionario scalabriniano incaricato della Pastorale migratoria della Diocesi di Piacenza-Bobbio. Un religioso con alle spalle una vita trascorsa in America latina, di cui 26 anni a Buenos Aires. “Prima della pandemia ci riunivamo
nell’adiacente Chiesa di San Carlo, la parrocchia dei migranti, l’ultima messa al chiuso risale al 23 febbraio”, dice il religioso.
Dagli altopiani andini alla pianura padana. Oltre 10mila km di distanza e un oceano separano Piacenza dall’America del Sud. Cosi lontani eppure cosi simili. A unire i popoli, in questo caso, è il cattolicesimo e la lingua di derivazione latina:”Si tratta di immigrati con un profondo senso della
famiglia, del lavoro e della devozione a Dio”, spiega Padre Zanetti.
Nel periodo di quarantena, per sostituire i momenti di raccoglimento comunitari, le celebrazioni di messe e rosari si sono tenute attraverso le reti sociali. Ogni sera migliaia di fedeli si collegavano a Facebook dove, in diretta, hanno continuato a pregare dalle loro abitazioni. Il Covid-19 si è preso 2 vite fra i latinos di Piacenza. Ma sono decine i fedeli che si sono ammalati e altrettante famiglie si sono trovate sul lastrico. “In molti hanno perso il lavoro, la comunità è impaurita dalle prospettive future, dalla crisi economica, perché quasi tutti avevano un impiego vogliono tornare quanto prima a lavorare”, rivela Padre Zanetti.
Per fronteggiare gli effetti della crisi è nato, all’interno della parrocchia, un movimento di solidarietà più spontaneo che strutturato. “Aiutiamo le famiglie che lo richiedono, con donazioni di cibo e denaro. Molti lavoratori non hanno ancora percepito la cassa integrazione né gli aiuti del governo.
Ci sentiamo abbandonati e il mutuo sostegno comunitario è il nostro vero welfare dell’emergenza” afferma con rammarico Josè Rufino, vicepresidente della comunità ecuadoriana.

Jose Rufino


Storicamente, l’immigrazione latino-americana è caratterizzata da una catena migratoria di stampo regionale, legata a territori delle provincie più remote e povere del sub-continente. “Miseria, corruzione, malgoverno, terrorismo: siamo arrivati in Italia per motivazioni economiche, umanitarie
e politiche. La prima ondata di immigrati è giunta alla fine degli anni ’80”, spiega Josè Rufino. Le prime ad emigrare sono state le donne, impiegate nelle nostre case e prendendosi cura dei nostri anziani. “La maggioranza di esse fanno le badanti e le colf mentre gli uomini lavorano nell’edilizia,
oppure come autisti, corrieri e magazzinieri nella logistica”, osserva Rufino.
Alla tensione generata dagli effetti della crisi sanitaria in Italia, si aggiunge l’ansia per l’avanzare della pandemia nei rispettivi paesi d’origine. “Siamo in costante contatto con le nostre famiglie al di là dell’Oceano. L’America Latina è il nuovo focolaio del Corona Virus e i paesi più colpiti dalla
pandemia sono il Brasile, il Perù e l’Ecuador”, dice Jose Rufino.
Presenti da otre 30 anni in città, i latinos lamentano una integrazione incompleta e l’esistenza di malintesi e stereotipi:”A Piacenza ci troviamo bene, abbiamo costruito le nostre vite, i nostri figli si sentono italiani ma nessuno ci considera. Ci piacerebbe essere coinvolti e partecipare di più alla vita pubblica, non essere visti soltanto come manovali proletari, come una comunità marginale.

Facciamo folklore e poco più e i piacentini, quando non ci ignorano, ci scambiano per nordafricani.
Nella migliore delle ipotesi ci chiamano “Indios”. Ma gli indiani abitano in India, non nelle Americhe dove gli indigeni hanno una loro storia e cultura millenaria, oltre ad essere eredi dell’Impero Inca”, ricorda Ramiro Llatas esponente della comunità peruviana. .

Mancherebbero vere occasioni di socializzazione fra la città e i latinos:”Il vero veicolo dell’integrazione dei sudamericani a Piacenza è infatti la Curia, non il Comune né la società civile”, sottolinea Llatas.

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