“Ogni giorno sono costretta a rifiutare l’entrata a qualcuno, è una situazione difficile, stiamo tamponando un’emergenza povertà mai vista prima”. A parlare è Federica Arpini, vice-coordinatrice degli Operatori per la Strada (Ops). Il progetto fa capo alla cooperativa reggiana Papa Giovanni XXIII e impiega 8 educatori che si occupano, fra le altre cose, di assistere le persone senza casa.
Dal 2021 gli Ops gestiscono infatti il dormitorio pubblico Rifugio Segadelli. Dieci posti letto, sempre al completo, occupati da uomini con storie diverse ma lo stesso tormento: non avere un tetto sotto cui dormire. “I posti a disposizione non sono adeguati ai tempi che viviamo. Secondo i nostri calcoli sono circa 150 i senzatetto a Piacenza e Provincia, escluso il sommerso cioè coloro che vivono nella più completa invisibilità”, dice Arpini.
Secondo l’ultimo rapporto della Caritas, reso pubblico lo scorso 17 ottobre in occasione della Giornata mondiale per la lotta contro la povertà, il numero dei poveri nel 2021 è aumentato del 7,7% rispetto all’anno precedente, con il 9,4% della popolazione nazionale (5 milioni e 517 mila persone) in condizione di povertà assoluta. “Anche a Piacenza – spiega Paolo Rizzi dell’Università Cattolica che ha contribuito allo studio – la povertà assoluta è ai massimi storici”.
Sono considerate in povertà assoluta le famiglie e le persone che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile: il costo di una casa, quelle per la salute e il vestiario. Sono persone disoccupate di lungo corso, spesso migranti nel limbo dei ricorsi per ottenere asilo e che devono ricorrere al dormitorio pubblico, quando non dormono per strada.
“A fronte dei pochi posti letto a disposizione riteniamo urgente per lo meno ampliare il dormitorio o crearne un altro, ogni giorno riceviamo richieste per entrare in struttura”, dice Federica Arpini.
Impiantati nel quartiere Roma dal 2015 gli Ops si occupano di povertà assoluta, marginalità e tossicodipendenza, criticità che spesso convergono. “Le persone che aiutiamo soffrono di più problematiche che vanno dalle dipendenze alla mancanza di documenti e di lavoro fino alla malattia mentale in particolare forme gravi di depressione e senso di abbandono”, sottolinea Arpini.
Per accedere al dormitorio Segadelli si richiede di presentare una domanda formale direttamente agli Ops o attraverso i servizi sociali, il Sert e il Centro di salute mentale. Si entra poi in lista d’attesa composta di solito da una decina di richiedenti rifugio. Per l’istanza è obbligatorio presentare la carta d’identità o il permesso di soggiorno, se immigrati. Il Segadelli, in quanto struttura pubblica, non può ospitare “clandestini”.
Ciascun utente poi, a parte rare e motivate deroghe, rimane nella struttura per un massimo di 15 giorni consecutivi. Una volta trascorse le due settimane è possibile ripresentare la domanda ma bisogna uscire per far posto a un altro uomo e organizzarsi per almeno una settimana. Un amico, un parente, o la strada. Ed infine, di nuovo il dormitorio. Il ciclo può durare in eterno.
Il Segadelli, a due passi dalla stazione, è un locale con 10 letti allineati sui due lati. E’ un ambiente pulito e le regole da seguire sono poche: si entra alle 20 e si esce alle 8; non si fuma, non sono tollerati comportamenti violenti né il consumo di droghe o alcolici, ed è necessario tenere pulito il proprio spazio e farsi la doccia tutti i giorni.
Questo è un problema per Abdallah inchiodato su di una sedia a rotelle a causa di un incidente stradale. Di origine marocchina, risiede a Piacenza da oltre 20 anni ed è oggi invalido totale e non autosufficiente. E’ quasi sempre solo, un po’ sporco perché trascorre le sue giornate nel parco del Merluzzo con i piccioni a cui dà da mangiare.
D’estate il parco è la piazza di ritrovo dei senzatetto. Ci sono i minimarket pakistani con la birra fresca a basso prezzo e si fa bisboccia sul posto. E’ il luogo in cui tutti i pettegolezzi si rincorrono dove si scambiano informazioni dal sottosuolo. Chi si è fatto pizzicare a rubare o a spacciare, chi è invece uscito di galera, chi ha la coca buona, dove bazzica un tipo che deve dei soldi a un altro, cosa succede altrove. Chi è vivo, chi è morto. “Hai sentito di Piero? E’ morto di overdose; Hai saputo di Silvia? E’ dentro”.
Per un ritardo nel rinnovo del permesso di soggiorno, Abdallah non aveva i requisiti minimi per accedere al Segadelli. E’ così rimasto a dormire per diverse settimane su di una panchina nel parco durante i mesi di agosto e settembre finché non gli hanno rinnovato i documenti. Oggi Abdallah dorme al caldo al Segadelli e con l’aiuto di altri utenti si lava senza lamentarsi.
“Il nostro lavoro come educatori prevede talvolta di insegnare agli utenti a ricominciare dalle basi della convivenza e soprattutto dall’amor proprio: dall’igiene personale alla cura del proprio spazio, dal rifare il letto alla mattina all’impostare un orizzonte qualsiasi”, dice Arpini. Gli Ops lavorano a stretto contatto con i servizi sociali del Comune di Piacenza e con l’Ausl e orientano e incoraggiano gli utenti a intraprendere percorsi di reinserimento, lunghi e dolorosi, ma possibili.
Così il Rifugio Segadelli è anche un posto da cui ripartire e non un luogo del dolore inguaribile. Di solito chi esce dopo le due settimane canoniche “riprenota” subito perché sa benissimo che la sua situazione non migliorerà di certo nel giro di pochi giorni. “Chiediamo al Comune di prolungare il tempo di permanenza, nessuno è in grado di rimettersi in piedi in soli 15 giorni, oppure che venga attivato un servizio aggiuntivo di prima accoglienza, almeno nei mesi invernali”, dice la vice-coordinatrice degli Ops.
Nel territorio piacentino abitano circa 150 senzatetto, secondo gli Ops. E’ difficile mapparli perché alcuni sono “fantasmi”, non consumano e non lasciano traccia. Spesso sono giovani clandestini oppure sono italiani che non hanno più nulla da perdere, che ne hanno viste di tutti i colori e a cui niente più importa. Hanno smesso di lottare, non hanno documenti di identità né telefono per scelta e sono difficili da avvicinare. Non si fidano di nessuno e neanche dei servizi sociali, per loro la vita di senzatetto sembra una condizione irreversibile.
E’ il caso di un piacentino di nome Matteo, un uomo di 42 anni che abita da diversi anni in un garage vicino a Porta Borghetto. Cinque metri quadrati, un materasso, una stufetta elettrica, una lampada e basta.
D’inverno Matteo e altri senzatetto vivono una routine di elemosina e di lunghe giornate trascorse fra la mensa della Caritas, il dormitorio pubblico e la biblioteca comunale. Frequentano la biblioteca per usare il bagno, per il caffè della macchinetta a 50 centesimi e per le sigarette e gli spicci che gli studenti offrono loro con più facilità.
Sotto il ponte del Po, invece, permangono alcuni squat, ovvero occupazioni abusive a scopo abitativo. Ad abitarci sono stranieri. Senza acqua, né luce e gas, ci si arrangia con bombole e lanterne di fortuna. Possedere un materasso qui è un lusso che va difeso anche con la forza perciò in queste case abitano in gruppi, per lo più arabi, pachistani e rom che si guardano le spalle a vicenda.
“Con la nostra unità di strada cerchiamo di intercettare queste persone che non avrebbero diritto di accesso al dormitorio Segadelli né a nessun altro servizio pubblico, portando loro due volte a settimana una scatola con prodotti alimentari e igienici – aggiunge Federica Arpini-. Cerchiamo di aiutare tutti a prescindere dalla loro condizione di illegalità. Quest’ultima non ci riguarda perché noi operiamo per la riduzione del danno”.






