Opinioni – Paolo Maurizio Bottigelli: “Per la globalizzazione si rinuncia alla realtà”

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bottigelli fotoIl poeta Paolo Maurizio Bottigelli interviene sugli effetti della globalizzazione dopo i fatti del capodanno di Colonia:

Così leggiamo… Colonia: a Capodanno donne aggredite da mille uomini ubriachi “di origini arabe o nordafricane… Vero o falso… anche un po’ sbigottiti, avevamo cercato di capire, di avvisare e qualche volta ci è anche stata chiusa la bocca in malo modo. Il punto è che se non si lavora sul minimo denominatore comune, povertà / ricchezza chiamandoli con i suoi veri nomi: sfruttamento di uomini e di territori. Il mondo è stato globalizzato per autorizzare le rapine dei grandi potentati economici, creeremo delle grandi periferie sloom di violenza senza controllo…alla fine è quello che vuole il neoliberismo, ipermercati e corpi che consumino…merci e loro stessi. L’infausta omogeneizzazione che si materializza in un dilagante fenomeno di globalizzazione è un furto! Come direbbe Proudhon, all’integrità del mondo fuori dal nostro intorpidito mondo. La cecità degli economisti, dei guru del mercato globale è racchiusa chiaramente nella gestualità della redenzione pietistica della missione Africa/ Medio Oriente. L’Africa, mondo molto disomogeneo e complesso (Kapuscinki) non è ridotta così a caso. Il continente nero rappresenta un fallimento dell’evangelizzazione produttivistica. Ciò è di una chiarezza spaventosa. Eppure intorno alle tragedie di mille popoli si sanno costruire ospedali e missioni, si sa solo contribuire alla mercificazione dello spazio. Lo spazio vitale rosicchiato dal progresso, dal nostro progresso, rende le tribù africane, le genti del medio oriente, soggette alla carestia perpetua, al furto dei loro diritti, almeno fino alla loro prossima estinzione. Cecità di fronte ad un nuovo genocidio totale. Ma quale cecità! Solo un tacito assenso. Solo uno sbandierato interventismo umanitario. Guerre Umanitarie. L’altro paradosso sta nella rivelazione, peraltro già annunciata nel secolo passato, di un’incapacità sostanziale del soggetto singolo nel comprendere la realtà. Ciò perché si è voluto offrire il mondo come una coppa di champagne da bere ad ogni occasione. Un calice che corrode la sobrietà, impalando il rigore del pensiero sagace. Un paradosso che pur di montare modelli onnicomprensivi, follemente, si rinuncia per sempre ad accogliere la realtà. Come se l’ abbattimento delle frontiere serva ad alibi per appellarsi all’inutilità o meglio all’inconcludezza di qualunque tentativo di analisi globale, critica. La frontiera di un condominio, di un quartiere, di una via alberata, di una città, di una provincia o di una nazione era la linea di consistenza, era la linea che consentiva di contenere in limiti ragionevoli le capacità analitiche di una persona, donandogli il contatto reale col mondo e con le parole, con il linguaggio, con la funzionalità attiva, con il senso naturale delle cose. Ora il limite c’è, ma è stato scavalcato dall’oltre-mondo, dalla dimensione impercettibile della Globalizzazione e dei grandi Sloom.

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