La moschea della discordia: identità minacciata e ossessione securitaria intorno ai migranti.

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DI GAETANO GASPARINI

In Italia persiste l’attitudine a considerare l’Islam e i suoi fedeli come una questione “eccezionale”. Come

qualcosa che non rientra nella casistica relativa al pluralismo religioso, che necessità quindi di un quadro

interpretativo specifico, di azioni e reazioni mirate, comunque non utilizzate per altri gruppi e minoranze religiose. Tra le controversie che pregiudicano i rapporti fra musulmani e “società di accoglienza”, il caso delle “moschee” è uno dei più significativi. Il giorno in cui la fondazione di una di queste non solleverà più problemi, significherà che l’integrazione dell’Islam nello spazio pubblico italiano si è compiuta. E’ una controversia vecchia che si autoalimenta e che si ripresenta con regolarità. Questo perché riguarda un conflitto che non solo è dibattuto nello spazio pubblico ma è un conflitto sullo spazio pubblico, intorno alla legittimità del suo uso.

Dibattiti, prese di posizione e conflitti hanno accompagnato sempre più frequentemente, con il passare del tempo, la questione delle moschee. Da almeno due decenni esiste in Italia e in Europa un “eccezionalismo” relativo alla religione islamica, ovvero l’atteggiamento a considerare l’Islam e i musulmani tendenzialmente come caso non standard, non comparabile ad altri. Come per esempio alla decina di chiese cristiane etniche e non cattoliche che sorgono a Piacenza e Provincia.

La vicenda della moschea di via Caorsana lo dimostra ancora una volta. Fondata nel 2010, è la sala di preghiera più popolata del nostro territorio, capace di accogliere nei suoi momenti più partecipati oltre 2mila fedeli. E’ sorta sulle ceneri di un vecchio magazzino in disuso e sin da subito i musulmani della città, circa 9mila in tutto, hanno speso denaro e energia per renderla un punto di riferimento per la comunità. Sin dalla sua fondazione il “mimetismo architettonico” è stato volutamente superato in base al principio di trasparenza e per comunicare all’esterno che quel vecchio capannone era diventato un luogo di riunione e di culto. Così, dalla scala anti-incendio è stata ricavato una specie di minareto. Il cortile interno è stato abbellito da un vasto giardino e da un’elegante fontana. Tutti elementi che evocano le strutture di preghiera arabo-islamiche. Inoltre, da un decennio, la moschea ospita la scuola di lingua e cultura araba che si rivolge, ma nono solo, alle nuove generazioni.

Le passate Amministrazioni sono state invitate per occasioni formali, come le cene di fine Ramadan o altre iniziative di carattere culturale aperte a tutta la cittadinanza. La polemica politica recente presenta tutti gli ingredienti per un’ordinaria storia di intolleranza religiosa nella pianura padana, di eccezionalismo islamico con tanto di propaganda e ripiego identitario e di discorso vittimista in un paese come l’Italia, in cui la libertà religiosa è garantita costituzionalmente: noi autoctoni, vecchi residenti, veniamo minacciati dal melting pot e dal multiculturalismo, estromessi e sostituiti nelle nostre città. Un discorso il cui sottinteso è che l’invasione si è compiuta, e che gli invasori sono “quegli altri”, gli stranieri, i musulmani.

Ci sono circa 800 centri islamici in tutta Italia per una popolazione musulmana nazionale di oltre un milione e mezzo di cittadini. In Emilia esistono 130 centri di cui 4 nel territorio piacentino. 2 in città, 1 a Borgonovo val Tidone e l’ultimo a Fiorenzuola. In tutti i centri i sermoni sono tradotti in italiano mentre la lingua usata per le orazioni è l’arabo poiché il Corano è scritto in lingua araba e viene recitato collettivamente. Corano, Quran, in arabo significa appunto “recitazione”. Per quanto riguarda il termine “moschea”, tecnicamente ne esistono solo 5 in Italia, in piena regola a livello architettonico ovvero con cupola e minareto (a Milano, a Roma, a Ravenna, a Torino e in provincia di Siena). Tutti gli altri sono “centri culturali” per legge e statuto.

La questione della legittimità della moschea, benché normativa, è un falso problema facilmente strumentalizzabile e rivela la sindrome del “Nimby” (Not in my backyard: non nel mio cortile), ovvero l’accettazione teorica del principio della libertà religiosa ma non del luogo. Una controversia che produce forme di riposizionamento ideologico e genera il fenomeno delle “identità reattive”, cioè identità che sono tali per reazione e in contrapposizione all’altro. Piacenza, città plurale e solidale, medaglia d’oro alla lotta antifascista, diventerà forse la sesta città d’Italia ad ospitare una moschea in piena regola? La legge, i valori fondanti della nostra collettività e il buonsenso dovrebbero confermare l’istituzione formale di questo luogo di culto, punto di riferimento materiale per una comunità di lavoratori che rappresenta il 10% della popolazione residente, parte integrante del tessuto sociale e della vita culturale.

Famiglie che trovano nel centro un luogo in cui pregare e mandare i figli a studiare un’altra lingua, per non perdere la loro identità complessa, per non lasciare i loro figli bazzicare per le strade senza un senso e una coscienza. Giovani spesso in caotico bilico fra modernità occidentale e cultura originale di appartenenza.

Accanto alla questione della nostra supposta identità minacciata c’è la ben nota ossessione securitaria intorno ai migranti. E l’Islam è indubbiamente una religione di immigrati. Ma c’è una utilità sociale che sfugge a molti. E’ quella di impedire al musulmano, nostro vicino di casa, nostro collega di lavoro, residente da decenni nel nostro territorio di diventare un alienato, uno sradicato perso nelle città occidentali a cui viene proibito di seguire la propria fede. Come dice un fedele residente da lungo tempo in città: ”Colui che va in moschea non va poi a rubare. Andare in moschea presuppone aderire a un’etica, a una morale umanista: preferisco che mio figlio frequenti la moschea invece di vederlo andare a spasso. Invece di bere, di fumare, di giocare d’azzardo e di intossicarsi”.

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