
Sara Alberici ci accoglie nel quartier generale degli Operatori per Strada, in via Roma. L’ufficio è ricolmo di scatoloni, pare stiano traslocando, ma non è così. L’inizio della loro attività a Piacenza risale al 2015 quando si sono impiantati nel cuore multietnico della città e hanno costruito una rete funzionale di relazioni con le altre realtà sociali del territorio: dalla collaborazione con l’ambulatorio medico di via Pozzo, che cura tutti senza chiedere la tessera sanitaria, a quella con l’associazione di promozione sociale Fabbrica e Nuvole, che offre servizi di doposcuola alle famiglie del rione. “Distribuiamo due pacchi a persona, ogni due settimane. Forniamo beni di prima necessità a una cinquantina di utenti”, dice l’educatrice e responsabile degli Operatori per la Strada, nonché del Rifugio Segadelli e della Casa di ospitalità di via Buffalari.
Dentro ai pacchi, il minimo indispensabile per sopravvivere. Ci sono alimenti a lunga conservazione: latte, biscotti, pane, conserve, scatolette di tonno. E prodotti per l’igiene personale, detersivi per la casa. “Abbiamo lanciato via social un appello alla cittadinanza a donare coperte e indumenti pesanti per l’inverno – precisa Alberici -. L’emergenza incombente è il freddo”. Coperte e vestiti possono essere consegnati nella loro sede in via Roma 290, il mercoledì dalle 14 alle 16.
Il progetto Ops a Piacenza può contare su 10 educatori professionisti che si occupano della soglia più bassa di povertà assoluta. L’ultimo bastione di solidarietà per gli invisibili della nostra comunità, rifiutati persino dalla Caritas, quando “clandestini”. Si tratta in gran parte di uomini di origine straniera con problemi associati all’abuso di droghe e/o alcol, logorati dalla vita di strada. “L’età media si è abbassata, ora aiutiamo in prevalenza ragazzi di 20 anni”, nota Sara Alberici.
Ci sono i pakistani e i bengalesi, lavoratori stagionali nei nostri campi che d’inverno si ritrovano senza lavoro, scendono in città e non sanno dove trascorrere la notte. Nel quartiere Roma, il sistema dei sub-affitti è molto diffuso e una stanza può costare 400 Euro al mese. Spesso sono migranti che sfruttano altri connazionali. Poi c’è tutta quella umanità ferita, esclusa dal circuito dell’accoglienza. Africani che hanno attraversato il deserto e il mare e a cui è stato rifiutato a Piacenza lo status di asilo o di protezione internazionale. Con i documenti scaduti, senza permesso di soggiorno né residenza, non possono accedere ai servizi pubblici; alcuni di loro occupano dei casolari abbandonati lungo la riva del Po’. “Talvolta portiamo loro delle bombole di gas per cucinare e del veleno contro i topi”, rivela Alberici.
Gli Operatori per strada sono equipaggiati: dispongono di un furgone che la notte si può notare percorrere le strade della città due giorni la settimana alla ricerca di persone e di luoghi dimenticati dalla collettività. Sul muro del loro ufficio, che assomiglia a un centro operativo, c’è una piantina di Piacenza con delle puntine in corrispondenza di alcune zone della città. “Borgotrebbia, l’argine del Po’, i Giardini Margherita, l’ex mercato ortofrutticolo, il Peep, la Farnesiana. “Monitoriamo i punti a più forte criticità sociale e cerchiamo di avvicinare chi ci vive, per intercettare i bisogni dei più fragili”, spiega Sara Alberici.
Il progetto Ops ha fatto tesoro dell’esperienza e in parte dei metodi di lavoro dell’unità di strada della Lila (Lega Italiana Lotta all’Aids) attiva fra gli anni ’90 e i 2000. Oggi rappresentano un’articolazione del sistema gestito dalla Cooperativa Papa Giovanni XXIII, una Onlus di Reggio Emilia nata in origine per lottare contro le tossicodipendenze. In collaborazione con il Comune, l’Ausl di Piacenza e la Regione e supportata da fondi Ue, gli Ops operano in contesti di grave marginalità. Sono inquadrati in un coordinamento regionale, unico in Italia, presente in tutte le città capoluogo di provincia dell’Emilia-Romagna.
Gli Operatori per strada gestiscono poi le principali strutture di prima accoglienza della città: il rifugio Segadelli con 10 posti letto suddivisi su due piani e la Casa di ospitalità in via Buffalari. “Questa seconda struttura si occupa di adulti che hanno intrapreso un percorso di reinserimento professionale”, sottolinea la responsabile del progetto sul territorio piacentino.
L’approccio è sempre informale e pragmatico. Ogni fascia di disagio ha un sotto-progetto. Così è nato nel 2019 “In corsia”. Un intervento mirato in Pronto Soccorso per dare assistenza ai ricoverati per questioni legate all’abuso di sostanze. “Cerchiamo di mediare eventuali conflitti fra il personale sanitario e le persone intossicate. Spesso sono ragazzi. Il nostro obiettivo è quello di intercettare le loro famiglie, gli amici, e stabilire un dialogo per orientarli, in base alle circostanze, verso interventi specifici”, aggiunge Sara Alberici.




