
Al termine dell’udienza generale del 12 aprile in Piazza San Pietro per il sessantesimo anniversario dell’enciclica contro la guerra ‘Pacem in terris’ di Giovanni XXIII, Papa Francesco ha ricevuto il saggio ‘Giuseppe Borea. Quando l’amore è più forte dell’odio’, sul giovane parroco piacentino Don Giuseppe Borea, prete a Obolo frazione di Gropparello, fucilato dai soldati fascisti al Cimitero di Piacenza il 9 febbraio 1945 per la sua appartenenza alla Resistenza partigiana. Viene soprattutto ricordato per aver perdonato i carnefici del suo plotone d’esecuzione e per essere stato un sacerdote ostile alla dittatura di Mussolini e all’ideologia fascista.
A consegnarlo direttamente nelle mani del pontefice è stato l’omonimo nipote del parroco, Giuseppe Borea: “È stata un’emozione fortissima, ho pianto dalla gioia dopo aver realizzato che avevo l’opportunità di raccontare a Papa Francesco il sacrificio di Don Borea”. Borea, infatti, si era rivolto ad alcuni prelati della curia vaticana, chiedendo che fossero loro a consegnare al Papa il libro sul parroco piacentino martirizzato all’età di soli 32 anni. Poi il Giovedì Santo è arrivata una telefonata di risposta dalla Santa Sede che è stata un fulmine a ciel sereno: “Venga lei di persona a darglielo”. Così Borea si è trovato in prima fila tra 200 invitati alla destra del baldacchino papale, fino a quando non si è trovato faccia a faccia con Francesco e gli ha raccontato a grandi linee ciò che trattava quel volume, il frutto di lunghe ricerche su un sacerdote dell’Appennino piacentino, suo parente, che diede la vita per la sua parrocchia e per i suoi ideali contro la tirannia: “Fece di tutto per la sua gente, portando l’energia elettrica nel suo paese, fondando e difendendo l’Azione Cattolica. Un pastore con l’odore delle sue pecore insomma, per citare un’espressione dello stesso Francesco”. Vedere quel libro nelle mani del Papa è un altro piccolo ma importante passo verso l’apertura della causa di beatificazione del prete partigiano.
Divenuto cappellano militare nella 38esima Brigata della Divisione Valdarda venne arrestato una settimana prima della sua esecuzione dagli uomini della Guardia Nazionale Repubblicana, la principale forza armata collaborazionista della Repubblica di Salò e sottoposto ad un processo sommario in cui lo accusarono falsamente perfino di aver avuto rapporti incestuosi con sua sorella. “Scelse di non scappare perché così facendo ci sarebbero state delle ripercussioni sulla comunità che proteggeva – ha spiegato il nipote – ho detto a Papa Francesco che Don Borea era un prete umile di montagna e di tutti. Un parroco che ha abbracciato i valori della Resistenza e della libertà, ma che non ha mai negato il suo aiuto a nessuno, indipendentemente dalla divisa”.




