di Alberto Esse – Pur sforzandomi, devo ammettere che non riesco ad appassionarmi più di tanto a questo dibattito sulle province. Sarà anche perché penso che sia l’ennesimo pasticcio all’italiana dei nostri governanti. Se si voleva intervenire sulle province sarebbe stato serio abolirle tutte. Non potendo farlo si potevano abolire le provincie fittizie create negli ultimi decenni spesso per ragioni clientelari. Stando le cose come stanno (e cioè male) quello che non riesco ad accettare è la confusione tra ragioni amministrative e ragioni culturali. Dal punto di vista della tradizione, della cultura, del territorio ecc. la “provincia” di Piacenza con la sua storia ovviamente rimane, mentre viene abolito o cambiato il suo status amministrativo. Dal punto di vista culturale, storico, artistico, territoriale, del dialetto, della cucina ecc. mi pare che sia oziosa e capziosa ogni discussione. Piacenza e la sua provincia sono e rimarranno emiliane (anche se per un capriccio politico dovessero diventare amministrativamente lombarde). Stando così le cose mi sembra che l’unica soluzione possibile e percorribile oggi sia l’unione tra Parma e Piacenza in una nuova provincia. E qui si alzano alte le lamentazioni di chi vede da sempre Piacenza schiava e vassalla di Parma e che non accettano quindi di finire sotto il “giogo” di quest’ultima. Sono allibito da questi ragionamenti che confondono territori fisici, Parma, Piacenza e loro abitanti: con le classi dirigenti di queste due provincie. Si confonde cioè il livello “etnico” con il livello politico, cadendo in rigurgiti assurdi di campanilismo che confinano con il razzismo: la piacentinità, come valore assoluto e superiore che sarebbe in conflitto con la parmigianità, i piacentini che sarebbero etnicamente in conflitto con i parmensi e parmigiani. Francamente non credo che la piacentinità sia un valore assoluto di superiorità nei confronti della genovesità o della pavesità o appunto della parmigianità. Devo dire che amo ed apprezzo il territorio, la lingua, l’arte, il carattere di Parma come amo quelli di Piacenza. Anzi, sul piano del carattere devo dire che quello dei parmigiani mi è molto simpatico. E’ invece vero che spesso, anche storicamente e recentemente, Parma abbia avuto comportamenti penalizzanti e a volte inaccettabili nei confronti di Piacenza. Ma questi comportamenti, e un eventuale loro emergere anche in futuro, non sono un dato “etnico” ma principalmente dipendono dalle responsabilità politiche dei ceti dirigenti e amministrativi di Piacenza e di Parma. Questi ultimi perché responsabili di arroganza e i primi perché responsabili di sottomissione. Allora, se vogliamo che una unione di Piacenza con Parma non si trasformi in una nuova forma di vassallaggio, l’unica via percorribile è che i ceti dirigenti delle due città (che noi più o meno eleggiamo) facciano gli interessi del territorio battendo ogni concezione politica campanilistica e la smettano di blaterare di vuote e demagogiche Parmigianità e Piacentinità. Altra cosa è il rapporto con Milano (e non con Lodi o Cremona). Ho svolto per anni un intenso lavoro culturale a Milano che mi ha portato con soddisfazione a collaborare, tra le altre, con personalità come Ludovico Geimonat, Maria Corti o Michele Straniero. Questo tipo di rapporto con Milano, non in quanto città lombarda ma come una tra le capitali europee e mondiali della cultura, come si è proficuamente sviluppato in passato senza unioni amministrative, non vedo come non possa anche svilupparsi in futuro con una possibile provincia Piacenza/Parma. Altra cosa è il corpus di tradizioni, di cultura, di arte, di specificità espresso dal nostro territorio e che deve venire preservato e valorizzato. Questa azione di valorizzazione, però, non di pende da una definizione amministrativa ma da una volontà e mentalità politica del ceto dirigente (oltre che dalla sensibilità di tutti noi), una volontà e una mentalità politica che anche con la Provincia di Piacenza in passato non c’è stata o almeno è stata molto carente. E’ su queste considerazioni che dobbiamo orientare le nostre scelte se non vogliamo far scadere il dibattito al livello della famosa barzelletta dei due cani sul ponte con l’osso in bocca. Rimane il nodo della scelta del capoluogo di provincia che così come stanno le cose e come le ha volute il governo pare insolubile e foriero di pericolosi rigurgiti di particolarismi e campanilismi in tutta Italia (vedi, su tutti, il caso di Pisa e Livorno). Forse sarebbe opportuno abolire il concetto di capoluogo di provincia mettendo sul piano di parità le città che debbano obbligatoriamente unirsi, concentrando magari i residui uffici e servizi comuni, ad esempio, della nuova provincia Parma Piacenza in comuni intermedi come Fiorenzuola o Fidenza. Ma qui ritorniamo nel campo delle inutili contorsioni per raddrizzare un provvedimento che forse non è raddrizzabile.




