Mio Post – Piace, meglio ripartire da zero
Nuovo stadio, è il momento di pensarci

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di Beppe Baracchi – Mi permetto di inserirmi sulla vicenda principe di queste ultime settimane: il Piacenza Calcio. In che veste? Da semplice cittadino. Piacenza F.C. 1919. Si dice che tutto ha un inizio ed una fine. Ma l’unica “avventura” che realmente finisce è la vita. Sarà una considerazione estrema e forse banale, ma è,almeno per il mio pensiero, sacrosanta verità. Se da un lato spiace la fine ingloriosa di una società sportiva e calcistica figlia di un tessuto sociale di storia quasi secolare, dall’altra, con freddezza e cinismo si può dire “..che morto un Papa se ne fa un altro….”. Perché è di questo che si parla. Clarence Seedorf, campione olandese di calcio, qualche tempo fa in un’intervista rilasciata a Lilli Gruber nel giornaliero televisivo di La7 Otto e mezzo alla domanda “…..ma il calcio è sport…” rispose “….il calcio è spettacolo, è affare non è sport.” Mai risposta fu più chiara e fredda. Il Piacenza Calcio è fallito come tante società non calcistiche possono fallire per gestioni sconsiderate, distanti dalla quotidianità, senza programmi industriali, ma solo con la saccenza di dire “tutti lo fanno” e che “…di calcio tutti ne sanno” o che forse, all’interno di movimenti di economia aziendale, può fare anche comodo avere società in perdita. Appunto con freddo cinismo aziendale. Fallire per risorgere. Ecco perché, al di là di considerazioni di carattere umorale e sportivo, non riesco ad essere dispiaciuto. Perché è comunque logica aziendale, certo sulle spalle di dipendenti, supporters, città, istituzioni. E’ il momento economico mondiale. Però, come dicevo all’inizio, non si deve disperare, perché come l’Araba Fenice, una società calcistica può risorgere da se stessa. Cosa che mi pare stia accadendo anche a Piacenza e come è successo a società ben più blasonate del Piacenza stesso. Ci dimentichiamo di Fiorentina e Napoli? Per non parlare di Teramo, Ravenna, Spezia, Perugia, Catanzaro, Cosenza,Pisa, Lucchese, Venezia, Treviso, Mantova, Alessandria, Salerno e l’elenco potrebbe allungarsi. Ma come risorgere? Alla base di oggi non c’è la passione (si quella deve essere una molla importante) di qualche stramiliardario (ci sono ancora), ma ci sono logiche ancora una volta aziendali. E lo abbiamo visto in questi giorni. Tra spendere soldi per l’acquisto di un titolo sportivo con categoria, debiti e penalizzazioni sportive o rilevare una società a debiti zero, a prevalso la seconda ipotesi. Con buona pace di giornalisti, appassionati, istituzioni, curatori fallimentari, sportivi. Freddi numeri. Purtroppo. Si è gridato allo scandalo per la non attenzione dell’imprenditoria locale. Ma quando mai a Piacenza si è visto l’imprenditore locale impegnarsi nello sport? E ad oggi, con quale ritorno economico se non c’è visibilità che può portare ritorno di marketing? (dico può!!) Abbiamo avuto a mia memoria, Presidenti imprenditori edili, ricordiamoci l’era Romagnoli-Loschi, precursori di trasformazione di aree che da sportive (vedi Barriera Genova) sono diventate residenziali in cambio di nuovo stadio, cordate con titolari di catene di abbigliamento o fornitori di materiali edili, sino a giungere, a mia memoria, all’era Garilli (ricordiamoci dei 30 anni di gestione!!!!! Solo grazie) precursore di imprenditoria nel calcio con idee lungimiranti, che ha prodotto il miracolo Piacenza Calcio frutto di, programmi e persone (soprattutto) anche competenti in materia calcio. Piacenza negli ultimi anni ha assunto connotazione sportiva Nazionale. Alcuni validi e capaci gestori di risorse (vedi Guido Molinaroli) hanno portato trofei e scudetti a Piacenza. Prima ancora Piacenza viveva di sporadiche apparizioni con il Rugby anni 70-80 (Danilor e Lyons Rdb) timide apparizioni in B volley (Opel). Si arriva alla serie A con il Piacenza Calcio nei primi anni ‘90, e contemporaneamente ad una semifinale scudetto contro la corrazzata Benetton Treviso (vittoria al Beltrametti) per il Piacenza Rugby della famiglia Mazzoni e successiva finale Coppa Italia persa a Parma contro l’allora ascendete Viadana, e poco altro. Altri tempi, e nemmeno troppo lontani, ma come si vede risultati legati a famiglie di imprenditori, che hanno ottenuto successi aziendali riportati nello sport non senza spese di capitali . Erano gli albori dello sport di livello a Piacenza. Si è aggiunto, agli inizi del 2000, il Copra Volley (con conseguente abilità e necessità di ampliare e dotarsi di nuove strutture sportive), per poi arrivare al Basket Morpho (frutto di fusione di titoli sportivi tra Piacenza e Fiorenzuola con la nascita di UCP Basket) ed ancora prima alla Rebecchi Volley (guarda caso il nome di un imprenditore legato allo sport) oggi Nordmeccanica (Cerciello altra famiglia), che da realtà di paese (Rivergaro) ha dovuto percorrere la SS45 per trovare dopo 2/3 ripescaggi una dimensione di livello altissimo. Direi che è tanto per Piacenza, e il non attendere più il lunedì per conoscere i risultati sportivi delle varie delle discipline, ma vedere le squadre locali portare il nome Piacenza in Rai o Sky per eventi in diretta è assai piacevole e gratificante per un cittadino normale appassionato di sport locale. Ma oggi l’imprenditoria, per alcuni settori, è in crisi. Si mantengono il Volley con Copra (ma il sig. Molinaroli ha già dichiarato che nel 2014 finirà il suo percorso, guarda caso in concomitanza con il termine o quasi della convenzione con il Comune di Piacenza per il Palabanca, ma mi auguro un ripensamento) e la Nordmeccanica volley (settore sì in crisi ma con mercato asiatico molto forte). La Morpho del sig. Rispoli risente, forse, di un momento di ridimensionamento (a sentire il suo grido di aiuto), il rugby vive una dimensione dilettantistica quasi pura, con il Piacenza Rugby che si mantiene a livello medio, ed il Rugby Lyons autogestito (all’apparenza) in serie A incapace di fare quel salto di qualità che però tutto il movimento rugby Nazionale non riesce a compiere. Il calcio? A Piacenza sta’ avendo un brusco decadimento. Un tempo Piacenza e Fiorenzuola viaggiavano tra A e C1 con regolarità, oggi sono una in Eccellenza e l’altra fallita e per ora non vi è traccia di categoria. Se questo non è decadimento! Le nostre punte sono in serie D (frutto di continue fusioni, scioglimenti, campionati vinti e rifusioni), ed Eccellenza e di questo ne siamo quasi fieri. La realtà di oggi è di non fare voli di fantasia inutili ma di ponderare le disponibilità. Direi anche saggezza. Ma ciò che dispiace è anche il conseguente abbassamento dei livelli dei settori giovanili. Già Piacenza produceva ed ha prodotto molto poco (anche per mancanza di coraggio nel fare giocaree valorizare i giovani nelle prime squadre) e le prospettive sono di un abbassamento ulteriore della qualità, nel confronto con realtà limitrofe. Forse siamo più contenti nel vincere il derby quotidiano per la supremazia del cortile piuttosto che perdere con realtà più importanti ma accrescere le conoscenze dalle sconfitte. Oggi Piacenza questo offre. Ma sono cicli, sono i famosi corsi e ricorsi storici che in base alle epoche si ripetono e susseguono. Ecco perché con freddo cinismo, dico che più di tanto non mi dispiace la “dipartita” (momentanea e figurata) del Piacenza Calcio, perché se deve rinascere, che rinasca con ottimismo, con sani principi anche provinciali, con idee e giusti valori, con strutture e con imprenditori che danno ciò che possono, senza proclami o verità interrotte. Il piacentino è silenzioso e lavoratore.
A proposito di strutture. E’ proprio in questi momenti, in queste fasi di ricostruzione sportiva che sarebbe necessario iniziare a discutere e pianificare il nuovo stadio ed un ridisegno complessivo dell’impiantistica sportiva a Piacenza. E’ evidente che le Amministrazioni Pubbliche si trovano con liquidità “zero” da destinare allo sport e le aspettative della popolazione sportiva aumentano. Solo attraverso uno spostamento di capitale privato nel pubblico o addirittura attraverso la cessione delle strutture pubbliche al privato si potrà avere ulteriore crescita. Imprenditoria sportiva. Può sembrare utopico ma è da ciò che sarebbe opportuno ripartire. Da cui Nuovo Stadio, ma non in nuove aree con cambi di destinazione urbanistica dell’attuale struttura, oggi improponibili, ma un ripensamento dell’attuale, più confortevole e ridotto in capienza, con autosostenibilita’, con costi contenuti ma con ricavi da produrre, e con gestione concessa interamente al privato. Le possibilità per discuterne ci sono. Credo anche le forze. Una buona volta Piacenza deve stare assieme per generare e realizzare idee. FORZA PIACENZA!!!!

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