Mio Post – La dignità di essere diversi

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di Bernardo Carli – Mi piace riprendere un ragionamento che avevo iniziato prima delle vacanze a proposito dei doveri che la società civile ha verso i “disabili”, rispetto al dettato costituzionale che prescrive l’eguaglianza tra tutti i cittadini. A suo tempo avevo avuto modo di citare una delle leggi che garantiscono tale principio, la 104/1992.
Non mi interessa quindi discutere il senso della solidarietà, che pur riveste un carattere fondamentale, ma il godimento dei diritti sanciti dalla legge. La solidarietà rappresenta comunque una importanza fondamentale, perché riesce a completare l’effetto della legge, costituendone nello stesso tempo la matrice culturale (il diritto nasce all’interno della società come espressione della cultura di un popolo) e lo strumento di “sussidiarietà”, ovvero di sostegno e aiuto là dove la legge, per le più diverse ragioni, non riesce a trovare la piena applicazione. Questo per dire che una legge che regola una così delicata materia, ha più delle altre un rapporto strettissimo con i principi costituzionali (la costituzione come madre di tutte le leggi); la sua “vitalità” è affidata ai molti modi del sentire comune, tra i quali si possono annoverare i valori morali come ad esempio la “carità” di matrice cristiana o il “senso di giustizia” di più laica visione. Detto questo vorrei tornare a ragionare di un’altra legge alla quale avevo già accennato, la 180/78, meglio conosciuta come “legge Basaglia”, quella che portò alla chiusura degli ospedali psichiatrici e la costituzione di strutture per il sostegno agli ammalati; questa si è avvalsa di procedure che non comprendevano più la “detenzione” in luoghi nei quali la terapia si praticava nell’isolamento, e spesso nella privazione della libertà, con una  progressiva estraneazione degli ammalati dal contesto sociale e famigliare.
La legge “Basaglia” aveva previsto una maggiore quantità di strutture rispetto a quelle che di fatto hanno visto la luce. Il fatto non è nuovo: nel nostro paese sono numerosi i casi di leggi che, pur brillando per coerenza ed esaustiva soluzione di problemi, soffrono nei fatti di una realizzazione incompleta. Ciò nonostante il clima nelle strutture attivate testimonia lo spirito di una legge che restituisce dignità alle persone. Ho la fortuna di poter collaborare come volontario con una delle di queste, dove gli ammalati risiedono o trascorrono solamente la giornata. La mia esperienza si limita a tali istituti, mentre vi sono ulteriori unità nelle quali  chi soffre di disturbi mentali vive in un ambiente-casa nel quale viene aiutato a risolvere i piccoli problemi della quotidianità. Nell’esperienza del modesto lavoro che svolgo forte di qualche competenza nei linguaggi espressivi, sono molte le cose che mi hanno sorpreso. Tra queste innanzi tutto la promozione delle potenzialità di ciascuno degli ospiti. Per questi si progetta continuamente un percorso di evoluzione ispirato non tanto al contenimento della malattia, ma piuttosto il superamento di questa attraverso la relazione e la stimolazione ad un fare liberamente scelto dagli stessi ammalati. La libertà è la cifra più alta del rispetto che viene restituito a quelle persone che in passato avrebbero perduto i propri diritti per essere solo oggetti da assistere e contenere nelle manifestazioni di devianza. Entrando da estranei in una comunità come quella che mi è dato modo di frequentare, balza agli occhi quanto l’operato di medici e operatori sia ispirato ad un concetto di professionalità nel quale la relazione, la comprensione dei problemi la partecipazione alla malattia sia calda di umanità quanto precisa negli interventi. Si realizza qualcosa che in altri luoghi non ho trovato. La tanto lodata professionalità è spesso associata alla capacità di svolgere in modo esatto e tecnicamente ineccepibile una serie di operazioni che soddisfano i compiti di competenza. L’immagine che se ne ha è generalmente fredda e ispirata ad una efficienza spersonalizzata. Nella struttura psichiatrica la  professionalità comprende il valore di umana comprensione come parte integrante del mestiere, senza sentimentalismi, ma con il rigore di una preparazione completa. Tutto questo, mi si creda, è davvero sorprendente e gli esiti si percepiscono in modo tangibile nella progressione che i pazienti rivelano verso l’apertura alla socialità, alla coltivazione di se stessi, alla rimozione dello stigma al quale sono stati storicamente esposti. Le porte aperte con una vigilanza che non è mai assillante, ma premurosa, fa sì che il luogo appaia come un’isola felice della relazione tra pari. Posso ben comprendere che dietro tale situazione vi siano spesso sforzi e pure qualche problema, ma ciò non emerge da una serenità non artefatta. La mia esperienza ha certamente un limite, sia nella portata dell’intervento, che nel tempo di soli sei mesi di lavoro, ma soddisfa quell’idea di eguaglianza e rispetto che alla quale ho creduto come diritto di ogni cittadino. Essa rifiuta sia il termine di “diversa abilità”, come quello ancor peggiore di “disabilità”. Ecco allora che Il concetto di diversità, del quale vorrei parlare in seguito grazie alla cortese ospitalità di questo giornale, appare finalmente come ricchezza,  come peculiarità della quale, se pur in modo “diverso” siamo noi tutti portatori. Non voglio complimentarmi con chi lavora con i miei nuovi amici: non lo faccio perché in una stampa nella quale abbondano i ringraziamenti per chi svolge bene il proprio lavoro, quasi fosse un’eccezione alla “mala sanità”, alla “mala scuola” alla “mala amministrazione”, la dignità di chi lavora seriamente, non ammette lodi, ma provoca la convinzione nei cittadini di poter vivere in una società giusta e coerente.
Di tutto questo si deve sapere e, per quanto mi riguarda, sono indotto a far sì che la preziosità ed i valori di tutte quelle persone che vivono nella struttura possa incontrare la società civile al di fuori di steccati e pregiudizi.

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