“Marcellos Ferial”, seduta sospesa, ma il caso non è chiuso

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Son diventati neri, neri, neri… come il carbon. Ma neri di rancore, non di tintarella. I piacentini Carlo Timò e Giuseppe “John Elite” Mezzadri, che in tempi e fasi diverse hanno fatto parte dei mitici Marcellos Ferial capitanati da Marcello Minerbi (quelli che cantavano l’immortale tormentone “Sei diventata nera” che vinse “Un disco per l’estate” nel 1964) da qualche tempo sono decisamente ai ferri corti.
Chi è più “Ferial” dei due? Chi può dirsi il vero erede della colorita carriera del gruppo che, con la complicità della Durium, nel ’62 si “trasformò” in una sedicente band sudamericana strapazzando il nostro Paese con “Cuando calienta el sol”, parodizzando e battendo sul tempo l’uscita in Italia dell’omonimo pezzo originale dei loro colleghi latini (per davvero) Los Hermanos Rigual? L’affaire è insoluto e forse l’ultimo round si deve ancora disputare.
Un anno e mezzo fa è iniziata una “querelle” tra Mezzadri e Timò che si è consumata sulle colonne del quotidiano “Libertà” ma ha poi finito per tracimare, sollevando non solo un battibecco a distanza tra i due ma anche un vespaio di reazioni, soprattutto tra amici, conoscenti e parenti di Timò. In particolare, Mario Timò ha deciso di farsi “investigatore”, “avvocato” e ambasciatore del più schivo fratello Carlo, che sembrerebbe in verità aver ormai seppellito l’ascia di guerra a vantaggio del suo quieto vivere. Il caso ricostruito da Mario, che tanto somiglia ai grandi contenziosi che hanno segnato la storia di tanti gruppi rock leggendari, è curioso e merita di essere ricostruito.
IL POMO DELLA DISCORDIA – La scintilla che accende lo scontro porta la data del 21 dicembre 2011. Quel giorno, su “Libertà” Giorgio Lambri intervistava Mezzadri definendolo “leader dei Marcellos Ferial”. Dopo una breve ricostruzione degli esordi, parola a “John Elite”: «Nel gennaio del 1964 tornammo ai vertici delle vendite con la cover di “Vaja con dios” mentre in febbraio presentammo uno dei nostri più straordinari successi, “Angelita di Anzio”». L’articolo proseguiva, Mezzadri svelava la genesi di “Sei diventata nera”, raccontava da protagonista i concerti dell’epoca e si arrivava così fino al ’67, anno di scioglimento del trio, poi alla sua rinascita nei ’70 approdando infine alla sua più recente riedizione, come Marcellos Ferial, in cui al fianco di Mezzadri subentrarono altri due piacentini, Angelo Schiavi e Gianfranco Trinciavelli.
LA REAZIONE – Quell’articolò innervosì non poco Carlo Timò, che inviò una lettera a “Libertà”. «Vorrei dire basta ai signori che con il nome de “I Marcellos Ferial” raccontano cose mai vissute, canzoni mai composte, dischi mai incisi, tournée mai fatte, raccontate come fosse loro patrimonio. Nel 1975 Mezzadri entra a far parte dei nuovi Ferial. Come può aver partecipato alla vita del complesso che nasce nel ’62 e si scioglie nel ’67?».
LA REPLICA – Mezzadri non perse tempo e ribatté a sua volta con una lettera. «Se un giornalista “per estensione” allarga il mio nome a tutta la storia del gruppo è peccato ben veniale» spiegò “John Elite”, ricordando come – senza precisare una data – iniziò «a collaborare con il gruppo, chiamato da Minerbi (che qui invece definisce “vero leader”) per la somma, notevole per l’epoca, di tremila lire al giorno. Nel ’75 poi Minerbi mi riavvicinò chiedendomi se me la sentivo di riprendere il progetto e quindi il nome dei Marcellos Ferial – continuava la difesa di Mezzadri – quindi sono 35 anni che porto avanti, con il mio lavoro, lo stesso gruppo e questo va anche a “lustrare” gli onori e la gloria dei protagonisti del passato, quindi anche di Carlo Timò, che abbandonò per sua scelta e che oggi salta fuori spedendo missive».
LA CONTROREPLICA MAI PUBBLICATA – Mario Timò ci consegna una seconda lettera di Carlo, intitolata “Le menzogne continuano”, mai apparsa su “Libertà”. «I Ferial erano Marcello, Tullio Romano e Carlo, non vi è nulla da rivendicare. Da 35 anni vivo a Modena e sono agente di assicurazioni (nel ’67 Timò lasciò la formazione all’apice del successo perché non se la sentiva più di portare avanti l’avventura) e non ho bisogno di vivere sulle ceneri dei Ferial. Pretendo invece che non si dicano cose non vere». Timò continua con le precisazioni andando addirittura ancora più indietro coi ricordi: «Minerbi non conosceva l’esistenza di Mezzadri finché, avendo lui bisogno di un cantante, gli feci il nome di Giuseppe che nel ’56-’57 venne a far parte del complesso, che Giuseppe non ricorda nemmeno più, a cui avevamo dato il nome de “I Chicchirichechi”. La sua collaborazione era solo quella di cantare e fare finta di suonare il basso e la batteria, gli arrangiamenti li facevamo Marcello ed io, che abbiamo poi continuato anche a Milano in seno alla Durium, alla Rifi e alla Jolly». Alla fine, Timò taglia corto: «Mezzadri non deve più parlare degli anni che vanno dal ’62 al ’67. Dal 1975 in poi può raccontare quello che vuole. Finisco col dire che ho ricevuto telefonate da amici comuni che non vedevo da circa quarant’anni che mi hanno detto: “era ora che ti facessi sentire”».
PAROLA DI MINERBI – Mario Timò ci consegna anche la fotocopia di una parte del libro “Solo me ne vò per la città” del grande Everardo Dalla Noce, pubblicato nel ’97 e dedicato alla rinascita della canzone italiana nel secondo dopoguerra. In un capitoletto dedicato ai Marcellos Ferial, Dalla Noce intervistava Minerbi, allora ancora in vita, che effettivamente non solo non menzionava in alcun passaggio Mezzadri e parlava invece più volte Timò come antico compagno e cofondatore del gruppo, ma alla domanda di Dalla Noce “E oggi i Ferial cosa fanno” rispondeva senza accenno alcuno ai ’70 e oltre.
L’ULTIMO TORTO A TIMO’ – Mario Timò si risente infine per quanto apparso nel recente libro “Le storie del rock piacentino” di Antonio “Tony Face” Bacciocchi. «Bacciocchi ha voluto ricordare nel suo libro anche l’esperienza dei Ferial, fidandosi di “Libertà” e senza esitazione ha fatto una sintesi di quell’intervista non ritenendo di consultare altre fonti per confermare l’identità dei componenti del trio. In discussione non c’è la credibilità che in tantissimi anni ha dimostrato il quotidiano di Piacenza – conclude Mario – ma è evidente che qualcuno ha gestito il tutto in modo poco attento. Ora, chi consultasse il libro o “Libertà” non incontrerà in nessun modo il nome di Timò. A questo punto, spero che “Libertà” possa dargli voce, visto che ha da dire molte storie… vissute in modo reale, e non virtuale».
Insomma: la seduta è sospesa ma il caso non è chiuso.
Pietro Corvi

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