Cambiamento e trasparenza sono le istanze che si registrano con maggiore insistenza nel Paese. Le cronache politiche e sociali lo confermano ampiamente, ma soprattutto in questi ultimi giorni ne registrano gli effetti: l’avvento di Papa Francesco più di tutti, ma anche l’elezione di Laura Boldrini e Pietro Grasso alla presidenza di Camera e Senato sono conseguenze sicuramente riconducibili al movimento inarrestabile che sta interessando anche Piacenza. Il contagio ormai è generale.
Venerdì 15 marzo 2013, mentre il mondo accoglieva stupito e festeggiava l’elezione del nuovo Papa, dodici membri del Consiglio Generale della Fondazione disertavano la seduta convocata per l’elezione del nuovo presidente mentre i tredici rimanenti votavano all’unanimità Francesco Scaravaggi: la certificazione che una crepa sempre più larga mina le “fondamenta” della Fondazione. Le cronache locali hanno enfatizzato l’episodio senza precedenti evitando di notare come, assieme ai 12 consiglieri tutti piacentini siano state lasciate fuori le stesse istanze di cambiamento e trasparenza avanzate anche dalla maggior parte della società piacentina. Se dico che Scaravaggi è sicuramente il presidente della Fondazione di “e Vigevano”, molto meno “di Piacenza” non è retorica, è analisi corretta, di più, è sostanza. 12 consiglieri su 20 piacentini esprimono la maggioranza del nostro territorio a cui competono l’88% delle risorse della Fondazione: in sintesi costituiscono la maggioranza nella maggioranza. Una situazione a cui non si doveva assolutamente arrivare. Anche in extremis si poteva aprire una finestra nelle procedure per ricavare il tempo necessario alla ricomposizione della frattura attraverso l’individuazione di quel terzo candidato condiviso a cui Sergio Giglio aveva lasciato spazio per provare a dare cittadinanza alla cifra di cambiamento che i dodici consiglieri aventiniani esprimevano. La risposta è stata durissima, intransigente, liquidatoria, direi esemplare e quasi dimostrativa. Ma come si è arrivati fin qui? Quello che noi sappiamo racconta una storia che inizia dall’investimento di 72milioni di euro operato per l’acquisto del 18% del patrimonio netto di Banca del Monte di Parma, ma che prende consistenza quando, dopo poco, ci si accorge che le uova della gallina parmigiana non sono d’oro e che i rischi non sono quelli propri a cui una fondazione può esporsi. La successiva richiesta, avanzata da alcuni consiglieri di amministrazione, di prorogare di un anno la durata in carica degli organi della Fondazione per poter seguire il piano industriale che Banca Intesa avrebbe presentato di li a poco ha ottenuto l’effetto di alimentare la preoccupazione dei componenti il consiglio generale e quindi degli enti designatori. La proposta è stata poi ritirata ma la forte preoccupazione è rimasta. Le spiegazioni di Marazzi sono parse più dirette a difendere la reputazione della Fondazione piuttosto che dare risposte chiare a chi ha ritenuto e ritiene che l’investimento in Banca del Monte fosse come minimo imprudente, eccessivamente rischioso e quindi sbagliato. La sudditanza psicologica, esercitata fino lì dalla coppia Anselmi-Marazzi nei confronti sia dei consiglieri di amministrazione che dei componenti il consiglio generale, è andata spegnendosi lasciando spazio ad una maggiore richiesta di trasparenza che ha poi finito per togliere il velo anche ad alcune operazioni di finanza creativa a cui non avevano saputo resistere nell’intento di recuperare valore per il patrimonio che andava assottigliandosi. Le categorie economiche per prime si sono poste il problema di come intervenire ed avviare un processo di cambiamento all’interno della Fondazione. Un intervento che facesse chiarezza sulla reale consistenza patrimoniale e mettesse in cantiere riforme strutturali che permettessero all’ente di continuare a perseguire efficacemente gli obbiettivi indicati nello statuto attraverso una visione più aggiornata che superi le difficoltà ad intervenire in una situazione economica e sociale imprevedibile nel 1991 quando fu costituita. Il presidente della Camera di Commercio Giuseppe Parenti si spinse a dire che si sarebbe potuto ipotizzare un cambiamento dello statuto per rendere possibile interventi a favore del tessuto economico lacerato da una profonda crisi con ricadute ormai evidenti nel tessuto sociale. Aspirazione legittima ed anche, a mio parere, di buon senso. L’effetto però fu quello di agitare una parte dei percettori di contributi, preoccupati di dovervi in parte rinunciare spingendoli tra le braccia dell’amministrazione Marazzi-Anselmi. Il più “preoccupato” è parso don Giorgio Bosini, fondatore dell’associazione La Ricerca, il quale ha speso nella vicenda il credito della Curia piacentina per dipingere il candidato della cordata innovatrice Sergio Giglio come il diavolo, solo per essere espressione del mondo imprenditoriale e per aver intrattenuto rapporti di affari nel tempo con enti pubblici territoriali paventando quindi un ipotetico conflitto di interessi smentito dalla lettera dello statuto. I toni della campagna elettorale sono stati altissimi e il “dagli al diavolo” ha avuto successo. Ancora una volta la Chiesa ha dimostrato di avere una forte immaginazione nell’immaginare il diavolo in casa d’altri ed una scarsissima attenzione nel notarlo in casa propria. Per fortuna è stato eletto Papa Francesco, ora la speranza di cambiamento è davvero grande. Chissà che la Diocesi piacentina possa arrivare a soccorrere la Fondazione conferendo, per esempio, buona parte del suo patrimonio immobiliare, davvero notevole, e iniziare a praticare un po’ di povertà!
Per contro Comune e Provincia, unici enti designatori che rappresentano indistintamente tutti i piacentini, come abbiamo già sottolineato, hanno latitato. Trespidi e Dosi hanno assistito allo scontro tra le lobby rappresentate in Consiglio Generale rinunciando al loro ruolo politico di mettere insieme tutte le rappresentanze. La Provincia ha avuto un ingenuo sussulto, a cose fatte, chiedendo le dimissioni del neoeletto Francesco Scaravaggi per favorire la ricerca di un nuovo candidato condiviso. Il Comune incerto fino all’ultimo ha fatto finta di essere super partes, ma nella sostanza ha determinato l’esito. Per Dosi il richiamo della Diocesi è stato irresistibile. Se ancora non ce ne fossimo accorti, ora sappiamo che il deficit politico sta minando la coesione sociale del nostro territorio. Ne parleremo.




