
Ci sono dei momenti nella vita in cui tutto cambia improvvisamente e si apre un nuovo corso. Penso sia successo a Luca Groppi almeno due volte: quando, nell’estate del 1995, dopo un breve periodo di stage in Confindustria, l’allora direttore Giuseppe Boninsegni non esitò ad invitarlo a rimanere. Luca Groppi accettò stravolgendo il suo progetto scolastico: continuò gli studi diplomandosi ragioniere e laureandosi poi in giurisprudenza. Di giorno in ufficio e la sera a scuola.
Poi, più recentemente nel maggio 2020, quando a seguito della improvvisa scomparsa dello storico direttore Cesare Betti, l’allora presidente in scadenza Alberto Rota gli annunciò la nomina a direttore di Confindustria. In piena pandemia, a pochi giorni dall’elezione di Francesco Rolleri a presidente, l’opportunità fu di raccogliere l’eredità di Betti che gli lasciò un’associazione forte e sana. Non ricordo di averne sentito parlare prima di allora. Quando fu presentato ci spiegarono che veniva dal backstage di Confindustria dove aveva diversi incarichi senza però alcuna ribalta.
Direttore, quattro anni fa si trovò a vivere un momento di grande cambiamento, senza conoscerne gli sbocchi, assieme al nuovo presidente Rolleri, alla nuova giunta… Ci racconti questa esperienza dal punto di vista delle relazioni?
“Abbiamo fatto l’apprendistato insieme, gli elementi caratterizzanti in quel passaggio sono stati la contemporaneità delle nomine, ma soprattutto, la mancanza di un passaggio di consegne. Confindustria, come si sa, si trovò senza direttore a causa della scomparsa improvvisa di Cesare Betti e con un presidente da eleggere. Sono stato nominato direttore quando ancora Francesco Rolleri era presidente designato e di lì a poco avrebbe iniziato a guidare l’Associazione”.
Avete costituito un gruppo che sono ormai tre anni e mezzo che lavora insieme e vi siete trovati nel mezzo della pandemia con un sacco di problemi senza poter contare su una esperienza precedente di fronte a problemi completamente nuovi di cui in quel momento non si capiva quale sarebbe stata l’evoluzione…
“La mancanza di un passaggio di consegne ha inciso due volte: la prima sulla mia funzione di direttore essendo Betti mancato improvvisamente e poi trovarmi a lavorare in un contesto storico completamente sconosciuto. Devo dire che da un certo punto di vista è stata la nostra grossissima opportunità per fare davvero squadra attraverso l’apprendistato insieme.
Tutta la squadra ha generato la visione di quello che si voleva diventare, allineata in due cose: quella visionaria dove il presidente ha contribuito con l’idea di “Spazio crescita” e la vicinanza alle aziende attraverso visite in loco. Segnalo che il presidente Rolleri ha superato le cento visite in tre anni. L’ordinarietà dell’emergenza ha fatto crescere la capacità di individuare la soluzione dei problemi. Abbiamo lavorato per un anno e mezzo, come si suol dire pancia a terra, rendendoci poi conto di come stava cambiando l’associazione attraverso l’analisi di varie situazioni e relative soluzioni, parlandone con gli imprenditori per avere la controprova. E da lì progettare una associazione che avesse un’anima ed una mission ben definite, a prescindere dalle persone, con una prospettiva di dieci anni e la capacità di cambiare quello che si sta facendo ogni sei mesi”.
Altra assolutamente nuova esperienza era dietro l’angolo, mi riferisco a quando entrò a far parte del Cda della Fondazione come coordinatore della Commissione Educazione e Ricerca e membro della Commissione Investimenti: come è stato il primo approccio?
“In Fondazione le dinamiche sono state molto simili a quelle di Confindustria nel senso che in quel momento, con la società sotto attacco, la presidenza Reggi si è voluta calare nel momento emergenziale: si vede chiaramente dalla composizione del Cda, non è un caso che vi facciano parte due medici, il dottor Luigi Cavanna ed il dottor Fabio Fornari. Poi comprendere cosa serviva e cosa si poteva fare per essere utili al territorio.
Nell’ambito della mia delega alla Ricerca ed Educazione abbiamo fatto una scelta nuova che non aveva precedenti in Fondazione, abbiamo attivato i bandi perché nell’emergenza abbiamo avuto chiare due linee, la condivisione dei progetti e la interdisciplinarità. Dico abbiamo avuto, perché uno degli elementi distinguenti di alto valore aggiunto di questo Cda è il lavoro di squadra.
L’attività si è poi distinta nel comprendere che la Fondazione doveva continuare a dare piccoli sostegni a tante realtà del territorio di tutti i settori, ma nello stesso tempo considerare che non poteva continuare ad essere un bancomat. Ci dovevamo, invece, prendere la responsabilità di offrire indicazioni di programma. Abbiamo comunicato che avremmo organizzato due bandi a favore delle scuole: quello sull’orchestra condivisa e l’altro sulle biblioteche. Sottolineando però come i progetti avrebbero dovuto avere requisiti imprescindibili: per entrambi, quello della qualità, e per le biblioteche aderire alla rete nazionale delle biblioteche scolastiche ed innovative Biblòh!
L’obbiettivo è quello di concludere il nostro mandato con la provincia di Piacenza con il più alto numero di biblioteche Biblòh! pro capite d’Italia e proseguire il sostegno al percorso di pratica vocale, strumentale e orchestrale “Dalla classe all’orchestra” arrivando ad avere la prima orchestra condivisa dal più alto numero di scuole del territorio”.
Un’esperienza che permette di avere una visione più vasta e particolareggiata sulla comunità piacentina, di settori a cui prima prestava attenzione solo come osservatore non ha fatto intuire quale avrebbe potuto essere la missione di Confindustria sul territorio? Che non fosse soltanto un punto di riferimento per i suoi soci, ma diventasse un punto riferimento per l’intero territorio?
“Avere una visione più ampia è stato molto importante, è innegabile, io arrivavo da un mondo molto verticale, quello delle imprese. Aver visto attraverso i colleghi del Cda il mondo del sociale e quello della scuola mi ha aiutato a vedere Confindustria con altri occhi, soprattutto per ciò che può fare per il territorio. Poi mi ha dato una consapevolezza maggiore, che in questo caso si tratta di una conferma, del protagonismo che Confindustria deve avere con senso di responsabilità verso il territorio. Dico conferma perché la recente scomparsa di Giovanni Boninsegni mi ricorda che alla fine degli anni ’80 assieme al presidente Giovanni Magnaschi, nelle varie fasi, disegnarono quelle che poi è stata la moderna Confindustria: non chiusa su sé stessa, ma dialogante e partecipativa alle problematiche del territorio. Voglio ricordare che all’inizio degli anni ’90 la sostanziosa contribuzione finanziaria degli industriali piacentini per la realizzazione della Facoltà di Economia e Commercio alla Cattolica fu fondamentale. Abbiamo poi avuto un ruolo importante quando si è trattato sottoscrivere l’aumento di capitale di Piacenza Expo raddoppiando la nostra quota. Aggiungo il ruolo importante che l’associazione ha avuto nell’attività di coordinamento della generosità degli imprenditori durante il periodo pandemico con la raccolta di fondi importanti utilizzati per l’acquisto di undici auto per le Usca. Quindi senso di responsabilità e sensibilità sociale appartengono sicuramente agli industriali piacentini.
Ne hanno molto più di quello che a volte loro stessi comunicano ma anche che il territorio gli riconosce: pensiamo agli interventi a favore della sanità, dello sport, della cultura e tanto altro”.
Torniamo a Confindustria, come ha risposto la struttura in questi anni di grandi problemi, emergenze, evoluzioni e nuove visioni?
“Direi le due strutture: quella formata dagli imprenditori e la macchina operativa delle risorse interne formata dai dipendenti.
La prima risposta che si osserva è la grande voglia di condivisione, dialogo e compartecipazione mai vista prima da parte degli imprenditori. La velocità dei cambiamenti, la complicazione delle nuove situazioni e la mancanza di esperienze precedenti hanno sicuramente favorito la ricerca di soluzioni all’interno dell’associazione. La verifica dei risultati ha poi generato fiducia favorendo una importante partecipazione attiva che si materializza nella attivazione di gruppi di lavoro, divisi per sezioni merceologiche, dormienti da qualche tempo.
Un’associazione, quindi, molto aperta, che oggi ci vede nella posizione di precursori e accompagnatori delle sfide attuali. Per esempio, il rapporto con il mondo della scuola sta registrando risultati che mai avremmo pensato in così poco tempo. Consideriamo però che l’investimento è stato grande avendoci dedicato una persona di lunga esperienza a tempo pieno. Questa iniziativa ci avvicina alle problematiche del territorio. Il rapporto diretto con insegnanti, genitori ed anche con i ragazzi ha favorito lo sviluppo delle nostre percezioni, confermando le sensazioni iniziali che ci proponevano un mondo di eccellenze assolute: insegnanti che, molto responsabilmente, impegnano la loro vita senza guardare orari. Un mondo che il nostro sistema paese lascia troppo solo. Il nostro impegno al loro fianco ha generato fiducia favorendo un dialogo costante che permette di dare maggior valore alla scuola soprattutto in chiave futura per i ragazzi.
Stessa cosa è successa nel nuovo rapporto sviluppatosi con gli imprenditori. “Spazio crescita” è stata una visione a cui il nostro presidente ha molto creduto fin dall’inizio: mettere a disposizione delle piccole imprese le nostre competenze per garantire la crescita e la continuità aziendale ha anticipato un fabbisogno che stava nascendo. Oggi, dopo un anno e mezzo stiamo collaborando con 73 imprenditori condividendo esperienze e visioni su misura. La stessa esperienza abbiamo in programma di replicarla sulle tematiche che riguardano la sostenibilità e la digitalizzazione.
Rispondo ora sulla struttura. La condivisione, il dialogo e la partecipazione attiva che gli imprenditori hanno sviluppato ha comportato la necessità che Confindustria si potenziasse ulteriormente per non deludere la fiducia e l’aspettativa creata dalle soluzioni alle sfide proposte. E’ stato possibile grazie all’impegno di tutti, sia in fase propositiva che operativa. Il potenziamento è passato anche attraverso l’inserimento di quattro giovani under trenta in diversi settori”.
Ci parli ora dell’immediato futuro di Confindustria: già argomento di discussione è il rinnovo delle cariche, delle due presidenze: quella di Confindustria e quella del Gruppo Giovani Imprenditori entrambe in scadenza. La prima cosa utile sarebbe spiegare come si arriva alle candidature. Mi sembra di ricordare che vengano valutate da una specie di Consiglio dei Saggi… Proviamo a spiegare questa dinamica
“A gennaio inizierà a lavorare una commissione di designazione, ad oggi non ancora formata, che sarà composta da tre imprenditori autorevoli dal punto di vista personale, con esperienza associativa… quelli che una volta si chiamavano saggi, ed avrà esclusivamente il compito di ascoltare il più alto numero di imprese associate. Si tratta di un percorso partecipativo nel quale ogni singolo imprenditore, rappresentando solo sé stesso, indica quale dovrebbe essere la strada per arrivare alla designazione del nuovo presidente. In sostanza, indicare le caratteristiche che dovrebbe avere la figura considerata più idonea. Dopo una scrematura, i nomi che avranno registrato maggiori consensi assembleari verranno presentati al Consiglio generale che individuerà il presidente designato. Gli verrà concesso un periodo di circa 45 giorni per proporre squadra e programma, di nuovo al Consiglio generale. Se verranno approvati, sarà l’Assemblea generale dei soci, fine maggio o inizio giugno, a ratificare la nomina del nuovo presidente che rimarrà in carica, questa volta, quattro anni non rinnovabili”.
Vorrei ora impegnarla in una riflessione, considerando che oltre ad essere direttore di Confindustria è anche membro del Cda della Fondazione di Piacenza e Vigevano, quindi con una visione più ampia: qual è la sua visione di futuro? Che abbracci sia il settore economico che sociale del territorio piacentino. Provi ad essere sintetico…
“Immagino una crescita del nostro territorio, se smettiamo di piangerci addosso, in linea con quello che ha già avuto modo di sottolineare il nostro presidente Francesco Rolleri…”
Qualcosa di più…?
“Piacenza un po’ più città universitaria, come sta succedendo, può essere la miccia per innescare una dinamica che favorirà inevitabilmente il nascere di nuove opportunità”.




