
Al seminario vescovile l’incontro sulla Resistenza cattolica alla presenza, tra gli altri, della scrittrice Leili Kalamian, del partigiano Pino Fumi e di Giuseppe Borea, nipote del sacerdote-partigiano
di Edoardo Pivoni
La Resistenza partigiana fu indubbiamente di tutti, questo è il punto ormai centrale della storiografia contemporanea ed è stato riconfermato alla serata dedicata a ‘La partecipazione dei cattolici alla guerra di liberazione 1943-1945 nel territorio della diocesi di Piacenza’. Nella sala gremita di gente del seminario vescovile, sono state diverse le voci che si alternano nella serata promossa dall’Azione cattolica e dall’Associazione dei partigiani cristiani e coordinata dal presidente Mario Spezia: all’inizio quelle di Enrico Corti dell’Azione Cattolica e del presidente provinciale dell’ANPI Romano Repetti, poi quella del partigiano Pino Fumi, infine quella delle scrittrici Leili Kalamian e Celestina Viciguerra e di Giuseppe Borea, nipote del sacerdote cattolico impegnato nella Resistenza e ucciso dai nazifascisti il 9 febbraio 1945.
“All’inizio del 1943 fui chiamato insieme ad altri a partecipare a un corso di preparazione militare in attesa di mandarci al fronte: io non avevo neppure diciotto anni – ha detto Fumi, classe 1925 – dovevamo esercitarci a fare i motociclisti: in luglio ci portarono a Pesaro, ma una mattina a fine
mese non suonò più la tromba dell’adunata e trovammo l’accampamento vuoto. Apprendemmo della caduta di Mussolini, tornammo a Piacenza pensando che la guerra fosse finita ma in settembre, vedendo le colonne di militari arrestati e deportati, decidemmo tutti di disertare: andai a San Rocco, ma poi tornai a Piacenza. Per paura di rappresaglie verso la famiglia mi presentai al distretto e solo per un caso non finii in Germania. Grazie al parroco di San Savino riuscii a raggiungere Rivergaro e poi Pigazzano: per sei mesi fui nella brigata guidata dal comandante Paolo, poi dopo la sua morte cambiai brigata”.
Per l’occasione è stato riproposto il libro di Viciguerra, tratto dalla sua tesi, ‘I cattolici e il clero nella lotta di liberazione nel Piacentino’, edito Parallelo45, dove sono raccolte numerose testimonianze ed esperienze dei cattolici piacentini antifascisti: “Non avevo storie familiari legate alla Resistenza e anche per questo motivo fui giudicata adatta in università dal professore per scrivere una tesi sull’apporto dei cattolici alla Resistenza – ha spiegato – nel mio lavoro ho distinto fra combattenti e politici: fra questi ultimi ad esempio possiamo ascrivere Francesco Daveri che viene da un cammino di formazione nelle associazioni cattoliche e quindi dimostra una specifica lungimiranza. Don Bruschi invece si dimostrò particolarmente motivato nella lotta, altri sacerdoti furono maggiormente coinvolti dalla presenza dei partigiani. Ad accomunare tutti erano l’antifascismo e il desiderio di libertà dall’invasore: ma le motivazioni e le modalità di partecipazione alla Resistenza erano diverse”.
A Giuseppe Borea è spettato il compito di delineare la figura dello zio, ucciso a soli trentacinque anni: “La sua figura fu significativa al punto da essere presa come punto di riferimento dagli altri sacerdoti delle zone vicine – Don Borea fu il parroco di tutti: certo legato alla Resistenza, ma deciso a svolgere la sua missione spirituale verso tutti. Le testimonianze di tanti sacerdoti raccolte da Viciguerra nella sua tesi lo dimostrano e di questo sono molto contento”. L’ospite Kalamian ha sottolineato, autrice del libro su Daveri ‘L’avvocato di Dio’, edito Le piccole pagine: “Se c’è una cosa che incontri come questi dimostrano è che la Resistenza fu un fatto di tutti, possiamo parlare di una Resistenza inclusiva. E mi piace pensare che anche la figura di Daveri, attraverso le tante iniziative e pubblicazioni a lui dedicate, sia diventata di tutti, più popolare. Simboleggiava bene l’Italia che si voleva”.




