
Non solo dighe, un’altra irrigazione è possibile. Se per il grande invaso si schiera il mondo agricolo, lo contrastano e rilanciano con proposte alternative gli ambientalisti.
Le principali parole chiave sono tecnologia, revisione del disciplinare del Brugneto, l’utilizzo dei laghetti di cava, ma anche la riorganizzazione della distribuzione della risorsa idrica basata ora su un sistema “quasi medievale”, la revisione del sistema tariffario oltre a un’attenta valutazione della quantità di acqua necessaria per le coltivazioni (mais e soia) destinate alla produzione di energia e non all’alimentazione umana o animale. “Così non funziona. A conti fatti il bilancio energetico ti dà un risultato sconveniente tra energia che produci e quella che spendi per far crescere il materiale…” Insiste Giuseppe Castelnuovo di Legambiente. Le proposte ruotano su due cardini imprescindibili: la valutazione dei fabbisogni e le scelte di risparmio. Dal 2015 ci sono ma non se ne fa nulla. Però il fantasma della diga (o dighe) continua ad aleggiare e ad alimentare il sogno per approdare a un altro grande invaso piacentino dopo quelli del Molato e di Mignano. Tutto il sistema è proiettato su questa soluzione – sottolinea Castelnuovo – e pensare che in altri Paesi si stanno smontando perché sono dannose per la biodiversità e per i costi della manutenzione che deve essere fatta regolarmente, non va dimenticato questo aspetto.
Resta la grande sete dell’agricoltura… come intervenire? “L’attività agricola è importantissima, ci fornisce il cibo per sopravvivere. L’agricoltura – sottolinea Castelnuovo – non è una produzione industriale, si basa sulle risorse che arrivano dalla natura come l’acqua appunto e non si può moltiplicare a piacimento. Un controsenso spingere l’acceleratore sulla produttività estrema in agricoltura. Lo si è già fatto (con l’uso dei pesticidi per esempio) ma c’è un limite che non va dimenticato. Si possono progettare altre fabbriche di trasformazione del pomodoro ma poi come lo innaffiamo tutto il pomodoro necessario ad alimentare le fabbriche? Lo scoglio restano sempre le risorse naturali. Un elemento fondamentale di cui rendersi conto prima di qualsiasi altra considerazione”.
La proposta suggerisce un altro punto di vista?
“Perché destinare una quantità enorme di risorse a una sola diga trascurando tecnologie che già esistono e che permetterebbero di avere acqua a disposizione in base al tipo di terreno a tutti gli agricoltori? Mi riferisco a un sistema satellitare per il monitoraggio dei sensori nel terreno che ne analizzano il grado di umidità permettendo di conoscere l’esatto fabbisogno di acqua. Questa è una delle proposte che abbiamo presentato e tra l’altro è già applicato in alcune zone”.
Quali sono gli ostacoli per avviare questa procedura anche nel Piacentino?
“Le difficoltà stanno nell’organizzazione complicata. Naturalmente impostare un sistema di irrigazione basato sulla tecnologia comporta la formazione degli agricoltori in tanti casi in età avanzata. Tuttavia penso che non sia un ostacolo insormontabile. Si potrebbero coinvolgere, come formatori, i tantissimi laureati in agraria che potrebbero essere un valido supporto per dare iniziale assistenza agli agricoltori”.
Altro punto caldo sollevato riguarda l’invaso del Brugneto e l’annosa questione del disciplinare che governa la diga realizzata per servire Genova negli anni in cui c’erano le fabbriche e la città era in espansione”.
Quali nuovi contenuti?
“Sarebbe arrivato il momento di mettere mano a una modifica sostanziale per il rilascio di 10 milioni di metri cubi di acqua dalla diga del Brugneto, nel periodo compreso fra il 1 luglio e il 30 agosto, in relazione ai fabbisogni del Trebbia, per l’irrigazione in agricoltura e per il turismo della valle”.
Intanto una delle azioni positive suggerite per il risparmio idrico è rappresentato dall’utilizzo dei canali anche d’inverno. “Questo garantirebbe la biodiversità che si va perdendo oltre che alimentare le falde e non è cosa da poco”.
Tra i punti caldi il risparmio d’acqua. Come si può risparmiare l’acqua? Che cosa s’intende?
“Prima di tutto rivedendo la modalità di distribuzione dell’acqua agli utenti agricoli. Del resto lo ha scritto nero su bianco in uno studio recente anche l’università Cattolica di Piacenza. Attualmente la distribuzione è standardizzata. Infatti ogni agricoltore indipendentemente dal terreno a disposizione ha un certo quantitativo di acqua che compra. Però nei momenti di siccità si dovrebbe razionalizzare la distribuzione. Quindi la modifica dei criteri della distribuzione dovrebbe essere uno dei primi passi da compiere per il consorzio e la Regione che redige il piano delle acque che andrebbe rivisto con l’inserimento dell’obbligo di applicazione dei misuratori di quantità di acqua prelevata da tutti i pozzi oltre all’adeguamento delle tariffe relative all’acqua prelevata.
Da anni al centro del dibattito idrico c’è anche la realizzazione dei mini invasi cosa sono?
“Si tratta di laghi di cava che al bordo del Trebbia – segnala Castelnuovo – per esempio potrebbero essere utilizzati a caduta senza bisogno di energia elettrica per azionare la pompa. Poi c’è la possibilità di realizzare i laghi pedecollinari. Quando si parla di laghetti si intende piccoli contenitori nei quali convogliare l’acqua in eccesso rispetto al fabbisogno del momento e poterla utilizzare in un secondo tempo. Questo sistema oggi non esiste e pertanto le otto ore di acqua erogata agli agricoltori viene utilizzata tutta subito per l’irrigazione anche quando le coltivazioni non la esigono lasciando inoltre senza scorte che sarebbero preziose nel corso dell’estate. Tra il 2007 e il 2010 la realizzazione dei laghetti era stata pianificata a livello regionale ma è stata presentata una sola domanda”.
Antonella Lenti
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