
In occasione del Natale, focus sulle principali comunità cristiane dell’Europa orientale. Fra cittadini balcanici ed est-europei, rappresentano la seconda confessione religiosa del nostro territorio.
Nella notte fra il 6 e il 7 gennaio i cristiano-ortodossi celebrano il Natale. La maggioranza di loro conserva infatti il calendario giuliano che conta 13 giorni di scarto rispetto a quello gregoriano, in uso in occidente dal XVI secolo e che fissa la Natività al 25 dicembre.
Se parliamo del Natale, questa non è l’unica differenza fra ortodossi e cattolici.
Nei paesi ortodossi non esiste la figura di Santa Claus e soprattutto non ci si scambiano regali. La liturgia del Natale non prevede nessuna cerimonia particolare. Si celebrano due lunghe messe durante la notte del 6 e alla mattina del 7 gennaio. Dopo la funzione, la comunità si ritrova per cena o per pranzo ma non è una consuetudine.
Altra differenza significativa: il Natale ortodosso è preceduto da un periodo di 40 giorni di digiuno. “Per purificarci mangiamo solo frutta e verdura e evitiamo carne e prodotti di derivazione animale”, spiega Kliment Misani.
Quest’ultimo, è conosciuto a Piacenza come “il Prete operaio”. Misani è sposato con tre figli, lavora part-time in un caseificio e dal 2013 è il sacerdote della parrocchia di San Bartolomeo, organica alla Chiesa ortodossa Macedone. Di questa realtà parleremo in seguito.
In città e provincia abitano oltre 15mila cittadini di religione ortodossa. E’ una confessione di migranti, in crescita. I fedeli vengono dai Balcani, dall’Europa centrale e nord-orientale. Le etnie maggioritarie sono quella rumena, seguita da quella macedone e ucraina. Contrariamente al luogo comune su di una presunta invasione islamica, oltre il 50% dei nuovi piacentini è di religione cristiana, nelle sue declinazioni cattoliche, ortodosse e evangeliche. I musulmani a Piacenza e Provincia rappresentano infatti il 7% dell’intera popolazione residente.
La comunità ortodossa piacentina è articolata in chiese nazionali con un proprio clero al cui vertice c’è un patriarca. I flussi migratori storici degli Slavi sin dagli anni ’90 hanno portato alla costituzione di comunità organizzate, le quali, nel tempo, hanno stretto accordi con il Comune e la Curia per ottenere in concessione alcune chiese della città. Ci sono tre parrocchie ortodosse a Piacenza: i Macedoni nella Chiesa di San Bartolomeo, i Rumeni in San Sepolcro e la Chiesa dei Santi Tre Vescovi affiliata al Patriarcato di Mosca.
Terza comunità straniera più numerosa della nostra Provincia, i primi Macedoni sono emigrati durante le guerre civili nell’ex Jugoslavia. Tradizionalmente sono impiegati nell’edilizia come muratori, imbianchini e manovali. “Siamo un popolo di gran lavoratori – spiega Kliment Misani – specializzati nel settore delle costruzioni, anche se oggi le seconde generazioni hanno un’educazione superiore e molti sono diventati ristoratori, imprenditori, professionisti: una nuova classe media di origine macedone sta emergendo”.
Prima del Covid, alle messe di Natale in San Bartolomeo partecipavano centinaia di fedeli. “Macedoni ma anche bulgari e serbi”, precisa Kliment.
Rispetto alla pandemia, più che la paura, il sentimento che prevale è quello del coraggio. “I popoli balcanici – riferisce il sacerdote – sanno soffrire e fare sacrifici, proprio per la nostra storia nazionale così turbolenta. Al mio gregge dico: bisogna resistere, supereremo questo momento”.
Un carattere battagliero che ritroviamo anche fra i fedeli rumeni. Questi ultimi, con 8mila abitanti, rappresentano la prima comunità straniera della Provincia di Piacenza (e d’Italia, con più di un milione e mezzo di residenti) e hanno come punto di riferimento la Chiesa di San Sepolcro.
Nicolae Radu è il portavoce informale dei Rumeni di Piacenza. Ex sindacalista della Uil, è presidente e fondatore di “Cuore”, un’associazione di promozione sociale che opera a favore dell’integrazione dei propri connazionali. “Organizziamo raccolte fondi e alimentari in collaborazione con la nostra chiesa. Aiutiamo non solo i cittadini di origine rumena ma anche i nostri fratelli italiani in difficoltà a causa dell’emergenza sanitaria”, sottolinea Radu. La parrocchia è anche sede di una scuola di cultura rumena, aperta alla domenica e dedicata ai figli degli immigrati: “Affinché le seconde generazioni non perdano la propria identità”, precisa Nicolae Radu.
La consistenza della comunità nel piacentino ha anche determinato l’apertura di un seggio elettorale proprio in città, per permettere ai cittadini di origine rumena residenti sul nostro territorio di votare per le legislative del 2020 e le presidenziali del 2019.
San Sepolcro, la “Chiesa dei Rumeni”, merita poi un’ulteriore menzione: è un edificio rinascimentale del ‘500 progettato da Alessio Tramello, sconsacrato in epoca napoleonica e poi adibito ad ospedale militare. Da febbraio 2021, in virtù di un contratto siglato con il Comune, è a tutti gli effetti una delle 240 parrocchie della Chiesa Ortodossa Rumena sparse sul territorio italiano.
Identità nazionale e religione sono i fondamenti culturali e politici di molti paesi dell’Est, soffocati da quasi mezzo secolo di dominazione sovietica e ateismo di Stato. Queste chiese hanno una gerarchia che risponde ad un apparato religioso di una nazione estera. Quest’ultima esercita la sua influenza nella scelta dei preti mandati a guidare le comunità di immigrati, e si inserisce nei negoziati con le istituzioni locali per le concessioni di immobili da convertire in luoghi di culto.
In via del Consiglio, vicino al tribunale, sorge un’altra istituzione ortodossa della città: la Chiesa dei Santi Tre Vescovi, sede della parrocchia della Chiesa Ortodossa affiliata al Patriarcato di Mosca. Una delle 70 chiese “russe” d’Italia.
Qui a pregare vengono anche gli ucraini e i moldavi. A guidare la parrocchia è proprio un giovane “Pope” (ndr: prete ortodosso) moldavo: Grigore Catan. Con lui torniamo a parlare del Natale.
Dentro alla chiesa dove le statue sono proscritte a favore delle icone, il Pope ci spiega che nel cristianesimo ortodosso la festa in assoluto più sentita e partecipata è la Pasqua. “Poiché si celebra il miracolo dei miracoli: la resurrezione di Gesù Cristo”. La Natività viene festeggiata in modo più contenuto. L’albero e Babbo Natale sono delle contaminazioni occidentali, “non fanno parte della nostra tradizione, come non lo sono gli scambi di regali”, aggiunge il Pope moldavo.
“Tuttavia, sono tante le usanze legate al Natale nel mondo ortodosso – osserva Padre Catan -. Come per esempio quella dei bambini che vanno per le case a cantare inni e a reclamare un dolce simile al panettone”. Un’altra tradizione molto diffusa in questo periodo è quella del taglio della torta in onore di San Basilio il Grande, all’interno della quale si cela una moneta: fortunato colui che la trova!




