
Cosa l’ha spinta a candidarsi come Direttrice della Ricci Oddi, Galleria sicuramente prestigiosa ma anche in difficoltà e, prima del ritrovamento del Klimt, poco frequentata?
Innanzitutto la Galleria è bellissima e presenta un connubio di architettura e collezione straordinario che non è così frequente. È una collezione di alto livello, di grande coerenza, in una architettura di grande prestigio creata apposta per lei. Ovviamente non mancano i problemi ma chi lavora nel nostro settore sa che quello di cui non manchiamo sono i problemi. Non ho mai sentito in Italia nessun collega parlare di abbondanza di denaro; quindi la Galleria Ricci Oddi presenta inconvenienti come molti altri musei in Italia ma il luogo e la collezione sono fuori dal comune. Era una Galleria che conoscevo, chi si occupa di arte dell’otto – novecento necessariamente conosce questa collezione.
Come si è sentita quando ha saputo che era stata scelta Lei come nuova direttrice della Galleria Ricci Oddi? Si aspettava di essere nominata?
Io ho iniziato a sperare di essere scelta come Direttrice della Galleria quando sono stata selezionata alla prova orale. Sapevo – perché tra colleghi amici ci si parla – che tra gli altri concorrenti c’erano persone molto valide, però una volta superato il colloquio orale ho pensato di potermela giocare davvero. Mi ero anche resa conto di essere riuscita a far passare di me quello che volevo passasse; però un candidato sa come è andato il suo colloquio, non sa come è andato quello degli altri. La telefonata l’ho ricevuta il sabato sera, momento in cui una persona si aspetta di tutto tranne una telefonata di lavoro. È stata una grande gioia, un’emozione indescrivibile; vi dico solo che per festeggiare sono uscita a cena in un ristorante piacentino. Non osavo e non volevo sperarci troppo perché non volevo rimanerci male, stavo cercando di proteggermi dal rischio del fallimento. Sono stata felicissima di essere stata scelta. Io sento intorno a me una grande aspettativa, la cosa mi lusinga molto ma crea anche una grande responsabilità di cui sono perfettamente consapevole. Questo non è un incarico che si può impugnare con la mano sinistra o a cui ci si può dedicare nei ritagli di tempo, bisogna buttarsi anima e corpo, lottare con le unghie e con i denti, fare squadra all’interno del museo e all’interno della città, se non lavoriamo insieme non se ne esce.
Come è stato il suo primo impatto con la Galleria? Era come se la ricordava nel 2003 quando venne invitata qui per un convegno dal compianto Direttore Stefano Fugazza oppure la Ricci Oddi in tutti questi anni è migliorata o peggiorata?
La Galleria ha chiaramente bisogno di essere ripresa su alcune cose perché alcuni dettagli dell’allestimento sono un po’ fané, vanno assolutamente rinfrescati. Il lavoro da fare è tanto, ma è comprensibile, è dal 2009 che la Galleria Ricci Oddi non ha un direttore, ci sono state altre figure che hanno fatto quanto era in loro potere fare. I teli sono sporchi, macchiati, vanno necessariamente puliti, gli apparati didattici a mio avviso vanno molto potenziati, chi arriva, se non ha competenze storico – artistiche, si trova disorientato, gusta la bellezza dei dipinti ma magari ha pochi strumenti di comprensione. Un altro aspetto su cui vorrei soffermarmi è la figura di Ricci Oddi; adesso per chi arriva c’è all’ingresso un cartellone con alcune fondamentali informazioni. Ma se non ti viene spiegato bene chi era Ricci Oddi, dove comprava e con che criterio, ti manca una chiave di lettura importante per la comprensione della Galleria. Inoltre – questa è una cosa che ho capito dopo aver lavorato a lungo in una Casa Museo, dove la presenza di persone è molto fortemente evoca – le storie delle persone al pubblico piacciono. Le devi raccontare perché le persone se lo ricordano, se dietro una collezione c’è la vita di un uomo, c’è la passione, un volto, questa cosa va restituita, perché aiuta a capire meglio la collezione e il pubblico se lo ricorda di più della Galleria stessa. Questa è una cosa su cui lavorare, restituire al pubblico qualcosa sulla genesi di questo luogo; quando ho fatto il colloquio ho illustrato questa intenzione e uno degli esaminatori mi ha detto: “ha ragione, per molto tempo siamo stati troppo asettici”. Io credo che la Galleria Ricci Oddi nasca dalla passione collezionistica di un uomo, passione da lui seguita con una tenacia incredibile, coinvolgendo amici, conoscenti e tutte queste cose vanno restituite. Questi sono i progetti su cui mi piacerebbe lavorare all’interno della Galleria; l’allestimento va un po’ ripreso in mano, non stravolto perché in una architettura così pulita deve restare leggero però i teli vanni puliti. L’apparato didattico va articolato su livelli diversi, in modo tale che il turista posso scegliere dove fermarsi, dove approfondire.
Secondo Lei quali sono gli interventi più urgenti e assolutamente non rinviabili da mettere immediatamente in atto all’interno della Galleria? E quali sono i suoi progetti per il futuro della Ricci Oddi?
Quelli che ho elencato sopra sono gli interventi più urgenti; è necessario poi fare un lavoro su scala cittadina. Secondo me dobbiamo lavorare molto fra musei per avere una forza di impatto che sia forte. Questo sistema di musei piacentini si deve cucire insieme, in modo tale da spingere Piacenza come una meta a cui i turisti devono arrivare perché è una città in cui ci sono molte cose interessanti da vedere, i musei (Palazzo Farnese, il Duomo, la Ricci Oddi ecc…), uno stile di vita meraviglioso, una cucina unica. Questo risultato si ottiene solo se si fa squadra, sia fra musei ma anche con le istituzioni cittadine che devono spingere in questo senso. Io devo dire che ho sentito molta voglia di fare da questo punto di vista, credo che ci sia una forte necessità di spingere in questa direzione, anche da parte di tutti gli altri colleghi che stanno già lavorando in questo senso.
Come ha vissuto Lei da “addetta ai lavori” il ritrovamento del Ritratto di Signora di Klimt? E come lo vive adesso da Direttrice della Galleria Ricci Oddi?
Io confesso che cerco di essere coinvolta su questa cosa il meno possibile. Grazie a Dio il rinvenimento del Klimt si è aperto e chiuso ben prima della mia entrata in scena. Nei confronti di questo avvenimento, credo come molti piacentini, ho un atteggiamento ambivalente; da un lato, quando si dice Ricci Oddi, viene subito in mente il furto del Klimt, dall’altro tutta la Galleria è schiacciata su questo dipinto e su questa vicenda. È evidente che bisogna far in modo che questo rimanga un caso di cronaca che ha avuto una sua epoca, una sua conclusione, tanti lati che non si sono mai chiariti e che probabilmente non si chiariranno mai. Bene, andiamo avanti perché la Ricci Oddi non è solo il Klimt. Se riusciamo a usare questo quadro come esca per attirare i turisti, ben venga, ma non mi sembra che questo per ora sia avvenuto, speriamo che avvenga. Io sono molto pragmatica sotto questo punto di vista; se riesco a far varcare la soglia a un visitatore sfruttando il Klimt e questo poi esce dalla Galleria soddisfatto di tutta la collezione, il risultato è raggiunto. Se invece il visitatore viene perché già sa che la Galleria è piena di cose strepitose che vanno oltre il quadro del pittore austriaco, tanto meglio. Chi lavora qui deve far passare il messaggio che la Galleria non è solo il Klimt, nonostante il quadro sia bellissimo e ci sia dietro tutto il battage mediatico che conosciamo. Anche Ricci Oddi, quando lo acquista, lo paga tanto ma non è l’opera che paga di più, segno che anche per lui non era così importante. Oggi invece Ricci Oddi è l’unico collezionista privato ad avere un Klimt che è diventato un’icona e come tale possiamo, anche un po’ cinicamente, sfruttarlo.
Che idea si è fatta della città di Piacenza, per quello che ha potuto vedere fino ad adesso?
Secondo me Piacenza è una città che ha delle potenzialità sconosciute ad altri, è rimasta autentica, non rovinata in nulla. Non abbiamo a Piacenza nessun negozio di souvenir, quegli orridi negozi che sono ovunque, che vendono “paccotiglia” tutta uguale. Quale altra meravigliosa città d’Italia ha questo privilegio? Piacenza ha delle specificità che dipendono anche dal fatto che è rimasta un po’ appartata rispetto al turismo di massa. Un turista che arriva a Piacenza respira l’Italian life style appena scende dal treno e attraversa la strada. Bisogna essere capaci di far capire al turista che in questa città si trova questa atmosfera che ti avvolge, che prima era ovunque ma che adesso si trova in pochi luoghi. Tutto questo non è affatto scontato; il turismo di massa porta si sviluppo ad un territorio ma lo snatura anche a volte in modo violento. Poche città sono rimaste intatte, fedeli a sé stesse, non solo nell’atmosfera ma anche nei luoghi. Non è solo un difetto ma anche una grande potenzialità che bisogna sapientemente “marchettare” (anche se il termine non mi piace). Gli stranieri secondo me impazziscono per questo tipo di turismo, quello lento, la passeggiata in centro, fermarsi a prendere un caffè al bar, la bancarella del mercato con la frutta il venerdì, in una città tra l’altro vissuta dai suoi abitanti.




