L’imprenditoria giovanile piacentina è vivace, innovativa e pronta a mettersi in gioco per affrontare nuove sfide. Parola di Filippo Colla, trentasettenne ai vertici dell’omonima azienda alimentare, che presiede il Gruppo giovani di Confindustria da ormai 4 anni. “In questo periodo ho incontrato dei ragazzi che hanno tanti progetti e molta voglia di partecipare. Perché, come spesso accade, il rischio è che oggi ci si focalizzi solo sulla propria azienda o sul proprio settore produttivo. Invece il confronto tra esperienze diverse è fondamentale e il Gruppo giovani offre questa opportunità di dialogo tra chi opera in settori completamente diversi, dall’alimentare alla metalmeccanica. Anche se va detto che molte problematiche alla fine sono le stesse per tutti”.

Quali sono i temi caldi?
Uno dei principali, per esempio, è la difficoltà che abbiamo nella valorizzazione dei nostri prodotti all’estero, soprattutto nel difenderli dalle imitazioni. Prenda il settore dell’alimentare, dove abbiamo delle grandissime eccellenze nel campo dei formaggi, ma anche dei salumi o dei vini. Prodotti che molto spesso faticano a farsi conoscere e ad affermarsi fuori dai nostri confini proprio a causa della presenza di tanti prodotti similari. Basti pensare al parmigiano e al parmesan. O al grana padano che è la Dop più venduta al mondo, ma ha ancora difficoltà ad imporsi. L’Europa riesce a tutelare i nostri prodotti abbastanza bene, ma quando usciamo dal vecchio continente tutto diventa molto più difficile.
Un altro tema che riguarda da vicino i giovani imprenditori è il passaggio generazionale nella guida delle aziende: come vanno le cose da questo punto di vista?
Quello del passaggio generazionale è un punto cruciale e non facile da affrontare per tutte le imprese familiari, molto diffuse da noi e in tutto il Paese. Spesso non è vissuto nel migliore dei modi, perché le vecchie generazioni vorrebbero continuare a mantenere il controllo un po’ su tutti gli ambiti dell’azienda e così non lasciano spazio ai giovani. È un errore che può avere effetti disastrosi. Nel mio settore, per esempio, ci sono parecchi concorrenti che non stanno facendo alcun passaggio generazionale, con aziende ancora in mano a imprenditori ormai dall’età avanzata. E purtroppo dopo di loro c’è il vuoto. Non hanno capito che dare continuità all’azienda è un valore fondamentale per il futuro.
Quali sono i motivi di questa situazione?
Può accadere anche per due ragioni: perché le nuove generazioni non sono in grado di prendere in mano le redini dell’azienda, oppure perché non sono interessate a farlo; ma molto spesso, i motivi risiedono proprio nella mancanza di volontà delle vecchie generazioni di cedere il passo ai giovani nelle attività d’impresa.
Come va gestito l’inserimento dei giovani?
Deve essere fatto da subito per consentirgli di comprendere le dinamiche dell’azienda e se matura in loro l’interesse a svolgere quest’attività. Più tardi avviene questo inserimento, maggiori sono le difficoltà a capire i meccanismi imprenditoriali. E guardi che non parlo solo di un impegno lavorativo diretto in azienda: il coinvolgimento delle giovani generazioni, magari ancora impegnate nello studio, si può fare in mille modi, a partire dalla partecipazione ai processi decisionali.

A Piacenza però ci sono anche tanti giovani imprenditori che partono da zero…
Vero, e sono persone che meritano grande attenzione perché nascere senza avere una storia alle spalle è proprio una bella sfida. Oggi d’altro canto ci sono tante opportunità, offerte soprattutto dall’innovazione tecnologica, che un tempo non si potevano sfruttare. E anche a Piacenza abbiamo tante nuove imprese che stanno facendo bene e in tanti ambiti diversi.
Prima parlava anche di nuove generazioni magari ancora impegnate nello studio: che rapporti avete come Gruppo giovani di Confindustria col mondo dell’università?
Rapporti in cui crediamo molto, anche per questioni anagrafiche, visto che come età siamo i più vicini agli studenti. Abbiamo svolto un ruolo di ponte, soprattutto tra l’Università Cattolica e l’imprenditoria piacentina, in particolare attraverso le attività svolte con il professor Daniele Fornari. È un tema chiave, perché da noi manca ancora una correlazione tra mondo del lavoro e mondo dell’università, come invece avviene all’estero; le cose però stanno cambiando, grazie ai numerosi stage che offrono un assaggio concreto dell’esperienza lavorativa.
Come si coniugano innovazione e tradizione?
Le rispondo restando nel mio campo, quello dell’alimentare:
i nostri prodotti sono legati alla tradizione come tutti i Dop, ma l’innovazione è fondamentale; non può stravolgere il metodo di lavorazione tutelato dai nostri Consorzi, però bisogna puntare su tutti i vantaggi offerti dalle nuove tecnologie e dall’industria 4.0, per avere stabilimenti sempre più moderni, ridurre i costi produttivi, di movimentazione e logistici, ed essere competitivi in un mercato che oggi è altamente selettivo sul piano dei prezzi e sotto il profilo del packaging, sempre più determinante nell’offerta.
Perché il packaging è così strategico?
Oggi dà la possibilità di proporre il prodotto in modo innovativo, assecondando le richieste del cliente e della distribuzione, ad esempio con formaggi già grattugiati, pezzi sempre più piccoli e dal peso fisso, più comodi per i consumatori; il che vuol dire nuovi investimenti in macchinari per essere vincenti nei prezzi finali.
Riuscite a fare integrazione con l’importante filiera del packaging piacentino?
Sì, e tenga conto che sul packaging oggi è aperto anche il grandissimo tema della plastica; un problema su cui stiamo lavorando per trovare materiali completamente sostenibili e che al contempo garantiscano la qualità dei nostri prodotti da esportare in tutto il mondo.




