“La mafia è vicina a noi da tanti anni. Prospera e fa affari. Eppure in tanti continuano a negarla”. Questo il sunto dell’incontro organizzato dall’associazione Piacenza in Movimento (vicina ai 5 Stelle) che ha visto la partecipazione della parlamentare pentastellata Giulia Sarti, ma anche di Sara Donatelli e Sabrina Natali delle Agende Rosse (il movimento fondato dal fratello di Paolo Borsellino, Salvatore), di Mauro Caldini, consigliere 5 stelle nel Comune di Montecchio Emilia, di Emilio Salemme (esperto in reati ambientali di Modena) e Antonella Liotti, referente di Libera Piacenza. Un incontro che ha voluto fare luce sull’indagine Aemilia, la maxi-inchiesta che ha rivelato e messo in scacco (almeno per il momento) lo strapotere della n’drangheta in Emilia Romagna. In questa ottica e nell’inchiesta, di cui si sta celebrando il processo, Piacenza ha rivestito e riveste un ruolo fondamentale. Per capirlo occorre fare questo excursus.
Light in Darkness (luce nelle tenebre). Forse questa espressione inglese potrebbe non dire nulla in apparenza. Eppure fu questo il nome iniziale con cui nel 2011 i carabinieri del Nucleo operativo di Fiorenzuola battezzarono quella operazione che di lì a poco, per volere del magistrato stesso che si trovò di fronte una realtà dalle dimensioni impensabili, si sarebbe tramutata nell’indagine antimafia più importante della storia di questa regione: l’operazione Aemilia. Un’operazione che, col tempo, si è via via allargata a dismisura nella nostra regione oltrepassando confini territoriali fino a ieri inimmaginabili, ma soprattutto varcando confini culturali che sempre fino a poco tempo fa – qualcuno ha sempre negato anche di fronte all’evidenza stessa – si pensavano a prova di infiltrazioni. L ’n’drangheta ha operato e prosperato a Piacenza e in questa regione per anni e anni. Almeno trenta, da quando i primi cutresi iniziarono a guardare con interesse a queste terre laboriose e fiorenti.
Non a caso di parla dei carabinieri di Piacenza. Perché proprio una loro indagine del 2009, scattata dall’incendio di due autovetture di proprietà di un imprenditore di Castelvetro Piacentino, ha permesso di scoperchiare tante verità e di avviare l’inchiesta madre. E proprio da questa città, ombrosa e talvolta imperscrutabile, che è iniziata molta di questa storia. Le storie di molti degli imputati eccellenti del processo in corso si intrecciano con Piacenza. I nomi del boss Nicolino Grande Aracri, di Francesco Lamanna, di Antonio Villirillo, di Mesoraca, di Pascale, di Giovanni Mancuso hanno purtroppo pochi segreti da queste parti visto che molti abitavano nel Piacentino. E non si possono capire le dinamiche di Aemilia senza ricordarsi di Grande Drago, l’operazione contro l’ n’drangheta (condotta dal nucleo investigativo dei carabinieri di Piacenza e dai militari della stazione di Monticelli d’Ongina) e contro tanti di questi stessi personaggi che nel 2002, proprio a Piacenza, portò all’arresto di 29 persone. Tutte affiliate a vario titolo alla n’drina cutrese che faceva capo a Nicolino Grande Aracri e che aveva in Lamanna il suo braccio destro sul nostro territorio. Parliamo della Bassa Piacentina, di Monticelli, di Castelvetro, comuni limitrofi a Cremona. Sì, al di qua e al di là del Po l’ ‘ndrangheta faceva affari e aveva eletto Piacenza come sede operativa per gli affiliati. Droga, armi, usura, estorsioni, fatture false. Non manca nulla nel core business di questa azienda parallela allo Stato. Si badi, non stiamo parlando di un semplice tentacolo dell’ n’drangheta. Ma una vera cellula autonoma, si legge poi nell’ordinanza di Grande Drago. Non va dimenticato che la prima condanna definitiva per il 416 bis in Emilia Romagna è stata pronunciata solo due anni fa e riguarda indagini e fatti collegati a Grande Drago.
Per Piacenza fu uno choc e ammettere che la criminalità organizzata, questa criminalità organizzata, fosse arrivata vicino alle nostre case, è stato difficile. C’è voluta Aemilia, in tutta la sua crudezza e con numeri spaventosi (149 imputati), ad aprirci gli occhi ancora una volta su una scomoda realtà. I carabinieri di Piacenza hanno contribuito ad Aemilia in maniera decisiva. Due numeri: 34 arresti e 87 denunce. Ma soprattutto l’avvio alle indagini.
Decisivo il ruolo della politica, una parte della politica, nella dinamiche che hanno permesso ai mafiosi di arricchirsi. “Senza una certa politica non ci sarebbe la criminalità organizzata” l’amara considerazione.
Oggi chi si batte per la legalità chiede che “il silenzio non abbia il sopravvento”. “Ogni comportamento, ogni intimidazione va denunciata”.




