Incontro sull’immigrazione a La Magnana con Domenico Quirico: “I migranti e i poveri sono necessari al capitalismo”

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Negli spazi della Cooperativa La Magnana, organizzato dalla presidente dell’Associazione Arcangelo Dimaggio Piera Reboli e coordinato dal giornalista di Libertà Giorgio Lambri, venerdì 5 maggio si è tenuto l’incontro ‘L’immigrazione per l’Italia: emergenza e problema di sicurezza oppure regolarizzazione come scelta umana, politica ed economica?’ sulle sfide migratorie da affrontare oggi, i problemi insoluti di ieri nella società italiana ed europea. Il principale intervento è stato quello dell’ospite Domenico Quirico, giornalista de La Stampa e scrittore, che dal 2011 al 2017 si è occupato quasi solo di questo argomento e che ha voluto viverlo sulla propria pelle: “Con tutti i governi che si sono alternati una cosa non è cambiata: la condizione dei migranti e questo accade perché loro sono utili, necessari, servono a livello politico e anche economico. Ci troviamo in una situazione di totale e assoluto fallimento che riguarda tutta l’Unione Europea a cominciare dalla Francia che a parole dà tante buone lezioni, ma poi è xenofoba e razzista. I migranti sono necessari esattamente come lo sono i poveri – ha detto Quirico – i poveri ci saranno sempre perché servono, sono il grande esercito di riserva del capitalismo liberista, tengono basso il prezzo del lavoro. Il migrante è la proiezione globalizzata di questo principio: è utile alla politica sia dei razzisti sia dei sedicenti antirazzisti. E soprattutto è utile da un punto di vista economico: non penso solo allo scafista che è l’elemento più basso del taylorismo della migrazione, ma anche ai titolari di quegli alberghi ad ore trasformati in centri migranti. Chiaramente non è sempre così. Ho cominciato a occuparmi di migranti facendo una traversata su un barcone con altri 112 compagni di viaggio: siamo affondati e ci hanno salvato – ha spiegato il giornalista – mi sono occupato dei migranti migrando con loro e l’ho fatto fino al 2017”. L’ordinamento italiano delega la gestione dell’immigrazione a organismi di controllo e repressione come le questure, le prefetture e, più in alto, al Ministero dell’Interno. La legislazione ha sempre trascurato le soggettività, le motivazioni e le difficoltà della migrazione in un paese d’arrivo e l’opinione pubblica considera ancora lo ‘straniero’ solo come un peso e un pericolo. Per questo Quirico si è rivolto ai colleghi giornalisti: “Scrivere dei migranti è diventato illegittimo: solo i migranti hanno diritto, se e quando vorranno, di scrivere di se stessi”. A questa posizione si è unita Reboli: “Voglio far sentire la mia voce in risposta alla tendenza a valutare l’immigrazione solo come un’emergenza e un problema legato alla sicurezza. È una mistificazione continua – ha riflettuto – non viene mai preso in considerazione il giusto ‘desiderio’ di persone che si muovono da Stati flagellati da grandi difficoltà”.

Nel pomeriggio sono intervenuti, tra gli altri, l’avvocata Michela Cucchetti e l’ispettore del lavoro Manuel Sartori. “L’immigrazione viene considerata come una questione di sicurezza pubblica: non vengono mai prese in esame la dignità umana e la tutela dei diritti – ha sottolineato l’avvocata – ma è un problema, questo, che non viene risolto da un decreto flussi come quello di Cutro (DL. 20/2023). Decreto che fra l’altro ha modificato l’accoglienza perché non ci saranno più l’assistenza legale e psicologica o i corsi di italiano e di formazione al lavoro. Questo era già accaduto coi decreti sicurezza di Salvini nel 2018 che, abrogando la vecchia protezione umanitaria, di fatto avevano creato tantissimi clandestini”. Cucchetti ha inoltre ricordato le lunghe code di richiedenti asilo pakistani che si formarono l’anno scorso fuori dalla Questura di Piacenza, che “non li faceva entrare, costringendoli a sostare per ore sul marciapiedi. I piacentini non si preoccuparono della misera condizione di quelle persone, reduci dalla terribile rotta balcanica, bensì di un presunto pericolo che avrebbero corso loro nel passare su quel marciapiedi.” A lei ha fatto seguito l’intervento di Sartori: “Il tema ha una valenza che riguarda l’ordine pubblico e lo vediamo anche dai soggetti preposti ad occuparsi di immigrazione: le prefetture, le questure, il Ministero dell’Interno, che scelgono di restringere gli ingressi e la possibilità di una piena regolarizzazione di un lavoratore non comunitario e così rischiamo di perdere le professionalità di cittadini che hanno conseguito qui la laurea e avrebbero uno sbocco facile nelle nostre aziende. Basti considerare che le uniche assunzioni regolari sono quelle di lavoratori domestici e derivano da una sanatoria.”

Il problema è enorme e una vera soluzione è difficile da trovare. Il piccolo impegno quotidiano, hanno detto tutti i relatori, è indispensabile: “Ognuno deve fare il suo all’interno di una rete che coopera: è utile organizzare incontri informativi con cittadini, organizzazioni sindacali e associazioni di categoria, che dovrebbero accompagnare queste persone a svolgere le pratiche amministrative necessarie”. Il Comune di Piacenza è già attivo con il ‘Tavolo sulla grande marginalità’, intorno a cui si siedono svariati enti pubblici e del Terzo settore, finalizzato ad arrivare a una visione d’insieme del problema. Ma il tessuto cittadino piacentino, secondo l’assessora al Welfare Nicoletta Corvi, intervenuta in chiusura, non è ancora pronto a un’accoglienza efficace. “Siamo una città ma non siamo una comunità – ha ammonito – nei confronti degli stranieri, anche minori non accompagnati. L’approccio immediato di parte della popolazione è quello che rimanda al senso di insicurezza e di espulsione del corpo estraneo. Non c’è senso di accoglienza e di comprensione, dobbiamo riappropriarci del senso delle relazioni. C’è un grave problema nell’accesso alle abitazioni – ha rivelato Corvi –, esistono agenzie immobiliari che non affittano case a persone con cognome straniero. Hanno difficoltà anche verso le ‘coppie miste’ e gli studenti, rifiutati perché ‘fanno baldoria’. C’è urgente bisogno di uscire dalla mentalità secondo cui l’altro è solo un potenziale pericolo”.

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