
C’è chi crede e festeggia il Natale il 25 dicembre. Chi osserva ma celebra la Natività secondo un
altro calendario cristiano. Chi invece non ci crede e guarda alla ricorrenza con un misto di curiosità
e diffidenza. Stiamo parlando dei residenti di origine straniera che abitano a Piacenza ovvero il 20%
della popolazione cittadina totale e del loro rapporto con il Natale.
Fanno parte della prima categoria i latino-americani della parrocchia scalabriniana dei migranti. In
via Torta sorge infatti la chiesa di San Carlo, epicentro delle attività della comunità ecuadoriana e
peruviana che insieme – con 3000 residenti – rappresentano il nucleo più numeroso di stranieri
ispanofoni del nostro territorio. Qui il folklore si mescola con la spiritualità. Dentro la chiesa c’è un
presepe che rappresenta la versione andina della Natività di Betlemme. Le figure, i pastorelli e gli
angioletti sono vestiti con colorati abiti indigeni ma l’ordine della raffigurazione è uguale a quella
che troviamo nelle case italiane.
“E’ tradizione fare una Novena per preparare l’avvento – spiega Siles Cruz rappresentante
dell’associazione peruviana di Piacenza “Senor de los Milagros” – qui a Piacenza ci limitiamo a tre
giorni di preghiera che culminano in una grande festa”. I latino-americani celebrano il Natale con
un pranzo in famiglia il 25 dicembre. Non è consuetudine infatti festeggiare la notte della vigilia. A
Piacenza la comunità si ritrova per gli auguri e il brindisi dopo la messa delle 16 – del giorno di
Natale – nell’oratorio di San Carlo.
Se i riti con i cattolici andini sono simili è nel mondo ortodosso che troviamo alcune significative
differenze rispetto al modo in cui festeggiamo il Natale in Italia. A cominciare dal calendario in uso.
La maggioranza degli ortodossi conserva infatti quello giuliano che conta 13 giorni di scarto
rispetto a quello gregoriano, adottato in Occidente dal XVI secolo in poi e che fissa la Natività al 25
dicembre.
In città e provincia abitano oltre 15mila cittadini di religione ortodossa. La comunità ortodossa
piacentina è articolata in chiese nazionali con un proprio clero al cui vertice c’è un patriarca. I flussi
migratori storici degli Slavi risalgono agli anni ’90 ma il loro sviluppo è relativamente recente e
frutto di accordi con la Curia per ottenere in concessione alcune chiese della città. Ci sono ben tre
parrocchie ortodosse a Piacenza: i macedoni nella chiesa di San Bartolomeo, i rumeni in San
Sepolcro e la chiesa dei Santi Tre Vescovi affiliata al Patriarcato di Mosca, quest’ultima frequentata
da russi, ucraini e moldavi
Nei paesi ortodossi, per Natale, non è costume scambiarsi regali. La liturgia non prevede nessuna
cerimonia particolare. Si celebrano due lunghe messe durante la notte del 6 e alla mattina del 7
gennaio. Dopo la funzione, le famiglie si ritrovano per cena o per pranzo per degustare la “pogaca”
- il pane speciale del Natale – e la baklava, il classico dolce al miele turco-balcanico.
Il Natale ortodosso è preceduto da un periodo di quaresima. “Per purificarci mangiamo solo frutta e
verdura e evitiamo carne e altri prodotti di derivazione animale”, spiega Kliment Mishanj, prete
ortodosso – della chiesa macedone di San Bartolomeo.
Dentro alla chiesa, dove le statue sono proscritte a favore delle icone, il “Pope” (prete ortodosso) ci
spiega che nel cristianesimo ortodosso la festa in assoluto più sentita e partecipata è la Pasqua.
“Poiché si celebra il miracolo dei miracoli: la resurrezione di Gesù Cristo”, aggiunge Mishanj.
Alcune usanze slavo-ortodosse legate al Natale sono simili a quelle del mondo cattolico. Come per
esempio quella di allestire il presepe in chiesa. Durante la notte della Natività i bambini ortodossi
passano poi per le case a cantare inni e a reclamare un dolce paragonabile al panettone. Un’altra
tradizione molto diffusa è quella del taglio della torta in onore di San Basilio il Grande, all’interno
della quale si cela una moneta: fortunato colui che la trova!
Nella parrocchia romena di San Sepolcro, in via Campagna a poche decine di metri dai cugini
macedoni di San Bartolomeo, i fedeli si preparano al Natale. I romeni, seppur ortodossi, utilizzano
il calendario cattolico e festeggiano la Natività il 25 dicembre. Le feste cominciano il 6 dicembre
con San Nicola, una specie di Babbo Natale vestito da vescovo che distribuisce doni e dolci ai
piccoli.
Con 8mila abitanti, i romeni rappresentano la prima comunità straniera di Piacenza e Provincia.
Sono impiantati da 30 anni in città e hanno fondato, oltre ad una parrocchia, anche l’associazione
culturale italo-rumena “Cuore”. Quest’ultima, in collaborazione con la chiesa, sostiene le famiglie
romene in difficoltà durante il Natale. “Quest’anno aiutiamo 30 nuclei famigliari, persone che hanno
perso il lavoro e hanno bisogno della nostra solidarietà”, specifica Claudiu Cristea Viorel,
vicepresidente di “Cuore”.
A tavola, i romeni festeggiano il Natale con generosi piatti a base di carne di maiale e salsicce e la
classica “cozona”, il panettone romeno. A San Sepolcro, nel pomeriggio del 25 dicembre, si
esibiscono ogni anno anche i 3 cori della parrocchia romena che intonano le famose “Colinda”,
ovvero gli inni sacri della tradizione natalizia romena
Oltre il 50% dei nuovi piacentini è di religione cristiana, nelle sue declinazioni cattoliche latino-
americane, ortodosse e evangeliche. I musulmani residenti a Piacenza rappresentano solo l’8%
dell’intera popolazione residente. Costoro non credono nel Natale e guardano con un certo sospetto
alle nostre usanze e anche con po’ di confusione. Si chiedono: “Che cosa si celebra di preciso il 25
dicembre? Babbo Natale? E chi è costui? E cosa significa quell’abete illuminato che mettete in
piazza ogni anno?”. Sono le domande innocenti che si pongono molti islamici di Piacenza.
Non appena li informiamo che si tratta della Natività di Gesù, la festa più sentita da parte della
Cristianità, che segna l’inizio della nostra era e del nostro calendario, si fanno seri e allargano le
braccia:” Ognuno ha le sue credenze, in quanto stranieri rispettiamo tutte le tradizioni italiane”.
Recitano un copione ma rimangono diffidenti.
C’è però una festa simile al Natale nel mondo islamico, il “Mawlid”, ovvero l’anniversario della
nascita di Mohamed, profeta dell’Islam. Ma è una celebrazione secondaria e non è assolutamente
comparabile con la nostra Natività. Mohamed, ultimo e decisivo profeta per i musulmani, non è
figlio di Allah, non c’è traccia di divinità in lui.
La venerazione di un uomo – qualsiasi esso sia, persino un profeta – è visto nella religione islamica
con molto sospetto poiché nel credo musulmano l’adorazione è riservata a Dio, e Dio soltanto. Non
è un caso se l’inizio dell’era islamica, il 622 anno “dell’Egira”, non corrisponde con la nascita di
Mohamed bensì con il suo primo proselitismo per diffondere il messaggio di Allah.
Babbo Natale e l’albero con le ghirlande aggiungono solo incertezza su chi sia il vero protagonista
delle feste. Queste stridono anche esteticamente, rispetto alle sobrie cerimonie islamiche.
La maggioranza dei musulmani di Piacenza orbita intorno alle 3 moschee della città: la sala di
preghiera bosniaca di via Cornegliana, quella di via Mascaretti e la moschea di via Caorsana.
Quest’ultima è la più grande del nostro territorio e ospita anche un centro studi e una scuola di
arabo. Pur essendo frequentata in larga parte da fedeli arabi di estrazione popolare e conservatrice,
la dirigenza della moschea afferma sempre la volontà di aprirsi al dialogo e non manca mai di
augurare buone feste di Natale alla comunità piacentina. Un saluto non scontato. Nonostante
l’apparente futilità della questione, la liceità di porgere gli auguri ai cristiani suscita ancora oggi
dibattito fra i musulmani. Talvolta può rappresentare un sottile indicatore per capire il grado di
tolleranza (e di comprensione) degli islamici nei confronti delle “credenze occidentali” poiché fare
gli auguri per il Natale implica il riconoscimento dell’esistenza di un’altra religione, di un altro Dio,
mentre Allah – per i musulmani – è l’unica e suprema divinità e il Corano è il suo verbo




