Mio Post: spezzare il pane

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di Bernardo Carli – L’altra sera, saranno state le otto, mi fermano per la strada tre uomini che mi conoscevano da quando lavoravo alla mensa della Caritas. Erano algerini e mi raccontano concitatamente che non sanno più dove trovare da mangiare. La Caritas, dopo averli nutriti per tre mesi, negava loro l’accesso alla mensa: i bonus erano terminati e non se ne possono avere più di un certo numero. Non so dove andassero poi a dormire, ma la cosa certa era che ci andavano digiuni. Mi chiedevano di fare qualcosa. Ma io non posso fare nulla: non sono più volontario alla mensa della Caritas: ho dato forfait non perché non me la sentissi, al contrario. Caritas mi ha insegnato molto, mi ha dato una grande opportunità, mi ha fatto conoscere quella realtà che dà equilibrio alla mia esistenza e infine mi ha fatto stare bene, perché far qualcosa di buono per gli altri fa bene più a chi fa che a chi riceve. Mi sono allontanato da tutte queste opportunità che mi venivano offerte perché mi sono trovato nella condizione di non accettare nella mensa gente che non aveva più diritto ad entrare, giacché aveva terminato i bonus. Allora non me la sono sentita più di mandare a casa gente con la pancia vuota, visto che io stesso non lo sopporterei. Lì per lì me la sono presa con Caritas, con regole che non condivido, poi ho pensato che forse non ero adatto io a stare lì se non avevo il coraggio di sopportare la condizione di fortunato, ricco, pasciuto e ben vestito di fronte ad altri. Forse ho sbagliato, perché Caritas ha una esperienza sulla povertà che in confronto la mia è davvero misera. Il problema però mi insegue e il coraggio non riesco ancora a trovarlo. Mi hanno insegnato che non è buona cosa aprire il portafoglio per soccorrere gli altri, ma questo lo sapevo già. I cattivi genitori non offrono il loro tempo ai figli e poiché se ne sentono in colpa, aprono il portafogli e allora, avanti con abiti firmati, telefonini, video giochi, motorini, ecc..
Detto tutto questo però il problema non si sposta di un millimetro: i tre algerini restano con la pancia vuota e io con un senso di vuoto nella coscienza per non essere capace di risolvere un loro problema vitale. Se non li avessi incontrati avrei passato una serata migliore.
Ho letto i dati allarmanti che la Caritas Nazionale raccoglie nella relazione annuale sullo stato della povertà: un italiano su tre è povero. L’osservatorio è più che attendibile e il dato sconfortante. Temo tuttavia che i miei tre “non italiani” non rientrino nella statistica, da  cui ne discende che probabilmente la realtà è un po’ peggiore di quella pur pessima che ci viene presentata.  Ho consigliato ai miei interlocutori di tornare a casa perché qui i gatti sono troppi e di trippa ce n’è per pochissimi che se la tengono ben stretta senza dividerla con nessuno. Forse a casa loro almeno un po’ di minestra la trovano. Sì, ma come arrivarci a casa, con quali soldi e con che faccia ripresentarsi alla famiglia sedendosi ad una tavola per sottrarre ai figli il cibo che non hanno a sufficienza? Fino dalla mattina la televisione, quella seria, propone dibattiti sulla crisi, su come uscirne, su chi ne paga le conseguenze, su un infinito ragionamento che va dalle recriminazioni sulle responsabilità di troppi ladri sfacciati, che si erano presi l’impegno di governarci, fino alle soluzioni più ardite per togliere di bocca al gatto la coda che si sta mangiando. Non mi intendo di economia e non ne faccio vanto; così finisco col dare ragione un po’ a tutti. Ascolto con attenzione e cerco di capire. Sì ma intanto i miei seguitano ad avere la pancia vuota ed io il senso di colpa. Potevamo forse prevedere che una crisi, alla quale solo qualcuno finalmente si azzarda a dare il nome terribile, “recessione”, avrebbe colpito prima di tutti e in modo disperato i deboli, quelli che non hanno il nome nei registri dell’anagrafe, quelli che si contano “a cicca e spanna”, come si dice qui, perché non si sa quanti sono, ergo non si sa nemmeno quanti chilogrammi di pasta si devono mettere nella pentola perché lo stomaco di tutti sia almeno per un po’ quieto.
Non ho soluzioni. Che faccio, mi spoglio di tutto, della mia casetta, degli abiti, del frigo che si riempie da un po’ di tempo di merce comperata al discount? Torno alla Caritas e faccio in modo che si metta più pasta al fuoco per darla a tutti fin che ce n’è? Io che ho poca fede, anche se cerco di averne, so che Lui spezzò il pane e lo distribuì un pezzo a ciascuno dei dodici; Lui che aveva moltiplicato i pani e i pesci, non si fece portare dodici panini, ma ne usò uno solo, quello che c’era sul desco. So per certo che era uomo, divise il pane  e, come dice chi ha fede, divise se stesso, il suo corpo, il suo amore. Non ho fede e non mi intendo di economia anche se cerco l’una e l’altra, ma so le divisioni sono operazioni semplici di aritmetica. Nelle famiglie patriarcali delle mie campagne, il “capoccia”, che era il vecchio, il patriarca, al quale tutti davano del voi, si sedeva a capo tavola e prima di iniziare a mangiare tagliava personalmente il pane e lo distribuiva a ciascuno, secondo il ruolo ed il merito, ma non dimenticava nessuno, nemmeno il più pelandrone.
Sarà anche semplicistico, ma non vedo altra soluzione.

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