
Sono circa 22mila i musulmani residenti a Piacenza e provincia. Provengono da oltre 20 paesi, dal Marocco all’Indonesia, e hanno cominciato ad emigrare nel nostro territorio alla fine degli anni ‘80. Nel tempo, si sono organizzati in comunità religiose. In città sorge la moschea di via Caorsana, la più grande e frequentata del territorio e la piccola sala di preghiera di via Mascaretti. In provincia troviamo invece l’associazione islamica di Borgonovo Val Tidone e quella di Fiorenzuola.
Etnicamente i luoghi di culto islamici a Piacenza e provincia sono dominati dagli arabi, marocchini e tunisini a cui si sono aggiunti, nelle successive ondate migratorie, musulmani subsahariani e balcanici.
A queste realtà riconosciute se ne aggiunge un’altra che completa un ricco mosaico multiculturale: il “Dzemat” di Piacenza ovvero la congregazione dei musulmani bosniaci fondata nel febbraio del 2022. A guidarla, un giovane imam di 27 anni, colto e poliglotta, appassionato di letteratura americana e di poesia persiana: Ahmed Tabakovic. “I nostri riferimenti non devono essere esclusivamente religiosi, bisogna conoscere il mondo nella sua complessità. Io credo nella condivisione fra i popoli”. Espressione della diversità dei Balcani, l’imam Tabakovic rappresenta una visione di Islam moderno e progressista, liberale e aperto al dialogo, permeabile ai costumi locali del paese di accoglienza. Una novità nel panorama islamico piacentino caratterizzato da comunità arabe di orientamento popolare e conservatore.
Niente barbe incolte sale e pepe, zuccotti e tuniche bianche, i fedeli bosniaci sono biondi con gli occhi azzurri, figli di una comunità islamica europea autoctona che si è sviluppata lungo sei secoli. “Siamo eredi dell’Islam ottomano e della cultura slava”, afferma l’imam.
Ahmed Tabakovic è la guida spirituale della CIBI, la Comunità Islamica dei Bosniaci in Italia che conta quattro Dzmat a Biella, in Val Camonica e a Verona, oltre che a Piacenza. La CIBI, con altre denominazioni, segue la diaspora bosniaca nel mondo ed è presente in Europa, in Nord America e in Australia. E’ un’articolazione della Comunità Islamica di Bosnia Erzegovina con sede a Sarajevo, la “Gerusalemme d’Europa”.
La sua struttura è autonoma dallo Stato bosniaco e somiglia all’organizzazione del clero cattolico con una gerarchia ben definita. Nell’Islam dei paesi arabi non esiste un clero né un autorità suprema e il monopolio della religione è spesso appannaggio dello Stato tanto che esistono dei ministeri per gli affari religiosi e gli imam sono funzionari pubblici. Nella sua declinazione bosniaca abbiamo invece una struttura verticistica con al suo capo Hussein Ef Kavazovic, il “Rais al-Ulema” (il “Papa”,) di Sarajevo, i “Mufti” (“giureconsulti”, i vescovi) e infine gli imam (i preti). “In Bosnia – osserva Tabakovic – le moschee non sono gestite dallo Stato, vige una separazione dei poteri netta e il personale religioso non è espressione né è alle dipendenze della politica”. La precisazione può sembrare anodina ma è un chiaro riferimento alle moschee occidentali in cui si fa politica e che funzionano come rappresentanze diplomatiche finanziate da Stati esteri (Marocco e Turchia per esempio).
Alla preghiera del venerdì, l’equivalente della nostra messa della domenica, si radunano una ventina di bosniaci presso il circolo Acli “Non ti scordar di me“ che ha messo a disposizione lo scantinato alla comunità islamica. Sono lavoratori che sfruttano la pausa pranzo per le orazioni, anziani e giovani. Arnel Nasic è nato a Piacenza, studia Ingegneria e accompagna suo nonno alla preghiera. “Mi sento italiano ma non rinuncio alla mia identità e alla religione dei miei genitori”, dice il giovane.
La memoria delle stragi degli anni ’90 è ancora viva fra i bosniaci piacentini perché coincide spesso con storie di vita personali. “La mia famiglia – aggiunge Arnel – è emigrata a Piacenza 25 anni fa a causa della guerra, noi siamo originari di Prijedor dove si verificò nel 1992 il massacro di 5mila civili ”. Quest’anno la Dzemat ricorderà il 31 maggio, massacro di Prijedor, e il 12 luglio (1995), strage di Srebrenica.
Intanto la comunità dei musulmani bosniaci di Piacenza cerca casa. La sala di preghiera è temporanea ed è stata prestata dal circolo per permettere ai balcanici di pregare in comunione durante il mese sacro del Ramadan. In alcune sere erano più di 70 i fedeli a stringersi intorno all’imam. “Speriamo di trovare una sede definitiva entro giugno – conclude Ahmed Tabakovic – così da poter festeggiare in congregazione l’altro mese santo dell’Islam, quello del pellegrinaggio”.




