
DI MINO POLITI
- – A inizi anni ’80 si era passati in Italia, fra mille travagli, dal tentativo di una politica di austerità portata avanti da Moro, Berlinguer e La Malfa per frenare deficit del bilancio pubblico e inflazione fuori controllo, alla continuazione della politica fiscale in forte deficit di Craxi, Andreotti e Forlani, da cui risultò il raddoppio del rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo che, insieme all’incapacità di fare le riforme necessarie per modernizzare il paese, avrebbe messo una palla al piede della crescita per oltre 30 anni.
Mentre a Milano si entrava nell’atmosfera dell’”Italia da bere”, sinonimo di crescita basata sui debiti pubblici senza troppi pensieri al domani, dove in positivo si affermavano i primati italiani nella moda e nel design, a Piacenza si respirava un clima di immobilismo politico e stagnazione economica. Il ché contrastava anche col fenomeno dello sviluppo di forti e dinamici distretti industriali di molti altri territori.
Nel dopoguerra anche Piacenza aveva conosciuto un discreto sviluppo di settori industriali: maglieria, bottonifici, imballaggi in cartone, industria conserviera. Ma questi erano entrati in crisi già negli anni sessanta/settanta. E non hanno fatto in tempo a sperimentare il modello organizzativo tipico dei distretti industriali animati da centinaia di piccole e medie imprese, dove sono emerse anche grandi aziende come Luxottica, Brembo, Tod’s, Max Mara, Scavolini … solo per fare alcuni esempi.
In realtà nel nostro territorio non mancavano importanti settori industriali all’inizio degli anni ’80. C’era quello energetico, di proprietà pubblica, che avrebbe conosciuto a fine decennio un forte ridimensionamento in seguito alla chiusura della centrale nucleare di Caorso. Era arrivato a produrre il 10/12% dell’energia elettrica nazionale, ma, a fronte di un importante apporto all’occupazione locale, contribuiva a fare dell’aria della provincia una delle più inquinate del paese.
L’altra grande realtà era l’industria metalmeccanica privata con poco meno del 50% dell’occupazione manifatturiera locale, che proprio a cavallo degli anni ’70 e ’80 conosceva i migliori anni della sua storia. Astra, Mandelli e Tectubi rappresentavano le aziende leader dei comparti più importanti. Rispettivamente, veicoli da cantiere, macchine a controllo numerico e metallurgia/meccanica per l’estrazione e il trasporto delle fonti energetiche fossili. L’ASTRA era arrivata a occupare 1000 lavoratori.
Constatare che la maggior parte di queste aziende siano ancora oggi attive rappresenta una conferma della validità di loro progetto industriale e delle loro capacità competitive. Ma a inizi anni ’80 alcune analisi avevano messo in evidenza che, pur con alta redditività e alta propensione all’investimento, erano fortemente sottocapitalizzate. E ciò, insieme agli elevati tassi di interesse sul credito di quel periodo, ha concorso nel tempo al passaggio del testimone dagli imprenditori autoctoni a gruppi finanziariamente più solidi. E dopo di allora il settore non ha più conosciuto grandi sviluppi in termini di volumi di mercato e occupazionali.
In conclusione, diversamente da quanto avvenuto in regione e nord Italia, il minore sviluppo industriale della provincia nel dopoguerra non ci ha permesso di assorbire tutti i lavoratori usciti dall’agricoltura. Ne è risultato un minore tasso di occupazione, soprattutto per le donne. E un continuo calo della popolazione residente. E il quadro sarebbe stato peggiore se i pendolari in uscita non avessero superato quelli in entrata di 5000 unità: la nostra occupazione era in parte sostenuta dalla “fabbrica” Milano.
Nel frattempo notevole era stata la crescita della popolazione nel capoluogo, ma proprio nei primi anni ’80 si registrava un’inversione di tendenza, con la perdita di 6000 abitanti a fine decennio, rispetto al massimo raggiunto nel 1981.
Illuminante è un’analisi compiuta dall’amministrazione provinciale nel 1981 su popolazione e mercato del lavoro, nell’ambito della prima edizione del piano territoriale. Pur in presenza di una proiezione di diminuzione della popolazione al 1991, si calcolava che era necessario creare oltre 9000 posti di lavoro nei settori industriale e terziario per portare tasso di occupazione e tasso di disoccupazione sui livelli della regione Emilia Romagna, oltre ad occupare i nuovi fuorusciti dall’agricoltura. Si scoprirà che a fine anni ’80 l’occupazione è invece diminuita di 2600 unità, per la prima volta dal dopo guerra, alimentando un calo della popolazione provinciale record, rispetto ai decenni precedenti, pari a 12000 abitanti.
Il tutto nel totale immobilismo delle amministrazioni pubbliche. In realtà dal 1975 al 1985 la sinistra, al governo della città per la prima volta, tenta una svolta interventista nell’economia locale, con un piano regolatore, alcuni investimenti in infrastrutture e aree attrezzate per nuovi insediamenti industriali gestite da una società pubblico-privata. Ma gli esiti non saranno quelli desiderati. Seguiranno poi amministrazioni guidate dal pentapartito improntate alla filosofia del “comune minimo”. Il paradosso vuole, che in quegli anni i comuni che più spendevano più erano premiati dallo stato, con rimborsi a piè di lista. E Piacenza, non investendo, si faceva così del male da sola.
Tuttavia, proprio all’inizio degli anni ’80, Amministrazione Provinciale e Cassa di Risparmio compiono alcune analisi da cui emerge l’urgenza di individuare politiche di sviluppo economico per invertire la tendenza al declino, ponendo alcune premesse per il rilancio dell’economia locale.
Si pone l’accento sulla necessità di potenziare le capacità progettuali e manageriali del territorio, che dopo la metà degli anni ’80 porterà allo sviluppo del polo universitario, aggiungendo ad agraria una facoltà di economia e commercio, a cui ne seguiranno altre dalla metà degli anni ’90, fino all’arrivo del Politecnico di Milano nel 1997 e alla successiva nascita di alcuni laboratori di ricerca.
E si riaccenderà la riflessione su come attrarre nuove aziende dall’esterno: quest’ultima politica sarà attuata con successo solo dopo la metà degli anni ’90, anche se in modo molto parziale: decollerà in modo prepotente il settore logistico, ma non si cercherà di attrarre aziende innovative. E le nuove imprese innovative nate da polo universitario-laboratori di ricerca avranno un impatto ancora marginale. Si risolverà il problema demografico più di quanto immaginabile allora. E quello occupazionale. Anche se solo sul piano quantitativo: importeremo molti lavoratori scarsamente qualificati e continueremo ad esportare laureati. Ma questa è un’altra storia.




