
Nel dibattito in corso sulle prospettive e il ruolo della Fondazione di Piacenza e Vigevano, prossima al rinnovo delle cariche, interviene anche il segretario generale della Cgil piacentina Paolo Lanna.
Segretario, in città è ormai entrato nel vivo il dibattito sul rinnovo delle cariche della Fondazione di Piacenza e Vigevano. A marzo si comporrà il nuovo cda e il nuovo Consiglio generale, ma già ora con l’avvio delle procedure di indicazione dei consiglieri da parte dei soggetti deputati e con le indiscrezioni che circolano sui candidati alla presidenza, si assiste a una accesa battaglia tra poteri forti. La Cgil, sulla carta coinvolta marginalmente, come legge questi movimenti e quale ruolo pesa debba avere una Fondazione di questo calibro nel tessuto economico-sociale di una città?
Non entro nel merito dei candidati alla presidenza e quelli che lei chiama “movimenti” dei soggetti designati a esprimere candidati al Consiglio Generale – Comune e Provincia di Piacenza, Camera di Commercio, Diocesi, Università e mondo dell’alta formazione – debbono essere improntati alla massima trasparenza. Poi, il ruolo di una Fondazione come quella di Piacenza e Vigevano è chiaro, e tra l’altro in un momento di terribile crisi gli investimenti ammessi dallo Statuto hanno carattere anticiclico: ricerca scientifica e tecnologica, educazione, istruzione e formazione da un lato, e valorizzazione del patrimonio artistico e culturale del territorio. Soprattutto in questa fase di grave crisi la Fondazione deve concentrarsi sul sostegno alle attività di tipo sociale e culturale e sugli interventi in favore delle famiglie e degli anziani, come prevede il suo Statuto.
Avete il timore che la formazione di nuovi organi possa ridursi alla solita guerra di potere tra lobby con la conseguenza che a rimetterci sono i cittadini?
E’ chiaro che c’è sempre il rischio che le lobby svolgano pressioni irrituali per interessi che non sono di ordine generale, in più viviamo un momento di incertezza finanziaria che rende le Fondazioni ancora più esposte a questo rischio. C’è un unico modo per contrastare questo tipo di pericoli: occorre la massima trasparenza e condivisione delle candidature nella formazione degli organismi dirigenti. Anche perché oggi ci sono tutti gli strumenti per perseguire questa strada.
Gli scopi con cui nasce la Fondazione, come da statuto, sono legati in particolar modo ai settori di maggior rilevanza sociale (come da statuto: ricerca, volontariato, arte). Di recente la Camere di commercio ha proposto un cambio statutario proprio per far sì che l’ente di via Sant’Eufemia possa in futuro intervenire direttamente in campi più strettamente economici proprio al fine di contribuire a risollevare le sorti del nostro territorio. C’è anche chi pensa che potrebbe essere un ente in grado anche di sostenere gli enti locali le cui casse languono. Quale è la sua idea?
Come dicevo prima, penso che la Fondazione di Piacenza e Vigevano debba mantenere l’attuale orientamento statutario. Prima di tutto perché gli ambiti in cui può operare l’Ente noprofit sono prettamente anti-ciclici, inoltre sarebbe illogico fare intervenire la Fondazione in un ruolo di generico sostegno agli enti locali. Non spetta alla Fondazione, infatti, rimpolpare le casse degli Enti Locali. Una cosa diversa è se la Fondazione intervenisse su progetti a scopo sociale di sostegno al welfare sotto l’egida degli Enti Locali. Alcuni piani in tal senso sono già stati messi in campo dai Comuni. Cambiare lo Statuto è un’altra cosa. Non è un tema tabù, ma è di certo molto delicato e va condiviso in un modo ampio tenendo saldi i principi dell’alveo legislativo e normativo entro cui le fondazioni come quella di Piacenza e Vigevano sono state create e normate. Per capirci, di certo non credo che la Fondazione potrà mai avviarsi a fare un’attività economica
Quanto possono fare le Fondazioni, e in questo caso una Fondazione come quella di Piacenza e Vigevano per contrastare la crisi di lavoro e occupazione?
Nelle casse delle Fondazioni ci sono risorse importanti, e questo è un dato. Ma il loro utilizzo improprio può essere un’arma a doppio taglio nel lungo periodo. Il punto centrale è non snaturare la loro vocazione che rischierebbe di impoverire ulteriormente i territori. Ma possono essere più incisive soprattutto per quel che concerne la coesione sociale e il sostegno al welfare e in quegli ambiti come ricerca e formazione. Inoltre, occorrerebbe una maggior sinergia con i piani di contrasto alla crisi già messi in atto a livello territoriale.
Su quali canali dovrebbe investire una Fondazione bancaria?
Canali di rilevanza sociale e statutari. L’equilibrata destinazione delle risorse e la preferenza ai settori a maggiore rilevanza sociale credo siano i fattori determinanti.
Quale ruolo può giocare il sindacato in questa partita? Se la sente di fare un appello ai soggetti coinvolti?
Ognuno deve esercitare il proprio ruolo. Il sindacato è uno dei soggetti della società che chiede a gran voce trasparenza e partecipazione nelle scelte strategiche di enti come la Fondazione. Se ognuno interpreta al meglio il proprio ruolo nell’interesse generale, l’equilibrio istituzionale e sociale resta in piedi.




