VITE SVELATE – Nella pancia dell’AI: un mondo costruito su sofferenza e sfruttamento

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Quando si pensa all’intelligenza artificiale, vengono subito alla mente le immagini di abili programmatori matematici che addestrano enormi macchine con lo scopo di migliorare le nostre vite. Ma se questo fosse solo la punta dell’iceberg? Se sotto a queste immagini ci fosse tutto un mondo nascosto e segreto che le grandi Big Tech nono vogliono rivelare? Il documentario “In the Belly of AI”, firmato dal sociologo Antonio Casilli e dal regista Henri Poulain, presentato in occasione della terza edizione del Festival del Pensare Contemporaneo, indaga quello che è contenuto nel “ventre” dell’intelligenza artificiale, in modo duro, quasi disturbante, ma necessario. Alla proiezione è seguito un dialogo tra Casilli e la docente di New Media Serena Mazzini, moderato da Andrea Colamedici.

La presunta analogia tra l’intelligenza artificiale e l’intelligenza umana, nonché il suo eventuale “superamento”, è stata una disputa centrale della storia dell’IA” negli anni Sessanta. Tuttavia, dalla metà degli anni Duemila l’intelligenza artificiale si è rapidamente espansa sia come oggetto di studi accademici che nell’industria. Oggi, un piccolo numero di potenti società tecnologiche implementa su scala planetaria sistemi di intelligenza artificiale che ancora una volta vengono salutati come pari o addirittura superiori all’intelligenza umana. Tuttavia, uno dei fatti meno noti dell’intelligenza artificiale è il numero di lavoratori sottopagati necessari per contribuire a costruire, mantenere e testare i sistemi stessi di intelligenza artificiale. Le aziende, infatti, vendono sistemi “interamente automatizzati” (e invisibili) che in realtà sono gestiti da esseri umani sottopagati. Questo fenomeno è chiamato ghost work, ovvero “lavoro fantasma”. Il ghost work richiama condizioni di lavoro in cui il valore della persona che fornisce quel momento di servizio viene letteralmente cancellato. Un numero considerevole di persone realizza guadagni inferiori al salario minimo locale anche se gran parte di loro ha alti livelli di istruzione, spesso con specializzazioni in scienze e tecnologia. Oppure, sono persone che si trovano in grandi difficoltà – come immigrati e rifugiati di guerra – per cui non hanno grandi alternative di scelta. Emerge quindi un discorso di sfruttamento e di colonialismo, dato che le grandi aziende dell’AI vanno a ricercare lavoratori in quelle ex-colonie dove si parla ancora la lingua inglese, come Kenya, India e Filippine. I datori di lavoro trattano i dipendenti umani come poco più che macchine, perché riconoscere il loro lavoro e compensarlo equamente renderebbe l’IA più costosa e meno efficiente. Si è stimato esserci circa 430 milioni di lavoratori al servizio dell’intelligenza artificiale, i quali, lavorando anche 14 ore al giorno, percepiscono circa 10 dollari a settimana. Tra le conseguenze di questi incarichi vi sono depressione, insonnia e altri traumi legati alla salute mentale del lavoratore, specialmente se costretto a visionare ed etichettare materiale disturbante a base di violenza di ogni genere.

L’AI non sfrutta solo le persone. Infatti, la catena di approvvigionamento completa dell’IA richiede il capitale, la manodopera e le risorse del pianeta, e di ciascuno richiede una quantità enorme di energia e materie prime. Il cloud è la spina dorsale dell’industria dell’intelligenza artificiale ed è fatta di rocce, salamoia di litio e petrolio grezzo. L’estrazione dal suolo di questi minerali spesso comporta violenza locale e geopolitica. Per comprendere l’attività dell’IA, dobbiamo fare i conti con la guerra, la carestia e la morte che l’estrazione del minerale porta con sé. Non c’è grande trasparenza sulle condizioni lavorative nei paesi che producono le risorse prime per i sistemi di IA. Praticamente tutti i dispositivi digitali che utilizziamo quotidianamente sono il risultato di conflitti, sfruttamento umano e ambientale, violenza, condizioni di lavoro gravissime.

L’IA è sia incarnata sia materiale, composta da risorse naturali, combustibili, lavoro umano, infrastrutture, logistica, storie e classificazioni. L’IA come la conosciamo dipende interamente da un insieme molto più ampio di strutture politiche e sociali. I sistemi di IA sono in definitiva progettati per servire gli interessi dominanti. In questo senso, l’intelligenza artificiale è un registro del potere.

Molti settori che compongono la catena del sistema dell’IA nascondono i costi crescenti di quello che fanno. Inoltre, l’ordine di grandezza che si deve raggiungere per costruire sistemi di intelligenza artificiale è troppo complicato, troppo oscurato dalla legge sulla proprietà intellettuale e troppo impantanato nella complessità logistica e tecnica per consentirci di vedere tutto. Essere in grado di vedere un sistema a volte equivale a essere in grado di sapere come funziona e come lo si governa. Ma l’IA è, spesso, una scatola nera.

Oggi si va incontro al rischio che queste macchine possano oscurare l’intelligenza umana. Pertanto, ogni volta che apriamo la barra di ricerca di Chat GPT dovremmo chiederci: è davvero necessario quello che sto cercando? Non basta la mia intelligenza?

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