Elezioni 2024: sostenibili non solo a parole è la sfida politica lanciata da Legambiente

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Dai rifiuti al consumo di suolo, dal risparmio energetico alle scelte green per la comunità ma anche una formazione ad hoc per reperire i fondi necessari

Sostenibilità è un principio non rinviabile. Deve aprire il programma di ogni agenda politica e amministrativa. Ne va del rapporto equilibrato tra uomo e natura. Ciclica, ad ogni appuntamento elettorale, la richiesta di impegni concreti sulla sostenibilità ambientale rivolta ai candidati in corsa per le elezioni.

In dieci punti lo fa, nella tornata delle amministrative 2024, Legambiente che sintetizza nel decalogo un programma ambientale i cui temi sono in realtà da anni sul tappeto, ma stentano ad essere tradotti in concreto.

Sono impegni che l’associazione ambientalista piacentina rivolge agli amministratori. Una richiesta che ne racchiude anche un’altra: un salto di qualità nell’azione amministrativa scegliendo di diventare appunto “decisori sostenibili” riguardo all’ambiente.

I temi toccano progetti di formazione, informazione ed educazione su Agenda 2030 e transizione ecologica; investono però anche un aspetto dell’azione amministrativa che – soprattutto nelle piccole realtà – evidenzia tanta difficoltà attuativa anche legata alla capacità di reperimento dei fondi necessari per dare gambe alle idee traducendole in progetti concreti.

Legambiente chiede infatti, insieme a indicazioni precise che investono l’azione amministrativa futura, la necessità di “Dedicare risorse umane alla ricerca di fondi e alla progettazione di specifiche azioni nella direzione di una maggiore sostenibilità del territorio nel suo complesso”. Rispetto al tema dei fondi (soprattutto europei) e della capacità progettuale non è di oggi la difficoltà che si mette in evidenza nelle amministrazioni (questo riguarda anche le istituzioni di maggiori dimensioni) su questo punto che nella prospettiva dello sviluppo sostenibile diventa fondamentale. A un’analisi anche sommaria di queste problematiche su cui si discute da anni sarebbe forse necessario fare un passo oltre.

Come? Con la creazione di una vera e propria scuola di formazione attraverso cui si arrivi, nel medio e lungo periodo, alla formazione di tecnici dedicati al complesso percorso dell’accesso ai fondi, della realizzazione di progetti che possano essere finanziabili e che possano superare tutti gli stadi di verifica che rappresenta il passaggio obbligato per ottenere i fondi e, di conseguenza, portare a termine i progetti necessari per far compiere un salto di qualità “sostenibile” a un territorio.

Tra i suggerimenti elencati si affiancano poi istanze con valenze fortemente sociali come l’invito a “promuovere la lotta allo spreco di cibo” e anche “iniziative di educazione alla pace nelle scuole e fra i cittadini” e invita “dove è possibile” l’istituzione di un assessorato alla pace”.

Le parole “ambientalmente amiche” si sprecano di elezioni in elezione, richiamano quelle precedenti tanto da segnalare che la questione resta un intento ipotetico che spesso non trova risposte nella sua interezza. Nonostante i segnali inequivocabili intorno a noi. Nel decalogo di Legambiente si chiede ai futuri amministratori di uscire dall’impegno verbale ed entrare nella realtà concreta del percorso di realizzazione.

Da un lato encomiabile ricordare a chi si candida per governare un territorio di fare propri gli assunti ambientali legati alla sostenibilità. Del resto, vista la situazione che viviamo, i segnali di un cambiamento climatico progressivo che modifica radicalmente la vita quotidiana di tutti, virare e cambiare i comportamento è diventata  quasi una scelta obbligata. Almeno dovrebbe esserla. Sostenibilità, anche questa una parola ripetuta come un mantra, soprattutto nelle fasi elettorali, ma che fatica a diventare patrimonio collettivo. Nonostante le mutazioni climatiche, i passaggi repentini e tanto frequenti di disastri che si verificano sempre più spesso vicino a noi, si fatica a far propria l’idea che tutto questo non appartenga solo a un mondo lontano che non ci riguarda da vicino.

La sensibilità ambientale, anche se ha fatto passi in avanti, pare ancora lontana dal diventare un elemento focale dell’agire e anche dei nostri stili di vita. Resta in competizione con la ricchezza, con l’opzione del benessere raggiunto che si teme possa essere messo a rischio. Ma quale ricchezza è quella che scatena effetti deleteri? Quale compensazione ambientale produce questo tipo di ricchezza che non tiene conto della vita delle persone? Sia quelle vicine a noi sua quelle più lontane? Interrogativi che restano sottotraccia e che camminano come un fiume carsico riemergendo sempre con la stessa domanda ogni volta che la linea retta di questo tipo di benessere di cui viviamo s’incrina, mostra tutta la sua fragilità.

Poi passa tutto, ci si dimentica, si fa strada una necessità minimale “difendere il qui e ora senza pensare al dopo”. Ecco quindi che l’iniziativa promossa da Legambiente verso i candidati di questa tornata amministrativa piacentina acquista un valore più ampio

Ammesso che questo valore lo si voglia cogliere, intendere e applicare.

Ad ognuno dei dieci punti elencati corrisponde un’idea di buona pratica da adottare nel futuro che però fa il paio con una prassi di cattiva pratica che si perpetua nel concreto, da sempre. Tra le richieste di buone pratiche si elenca ad esempio la “Riduzione dei consumi energetici delle strutture comunali e dell’illuminazione pubblica, anche incrementando le fonti rinnovabili per l’energia utilizzata dalle strutture comunali – Promuovere la realizzazione di Comunità energetiche e solari”. Oppure anche con il “Potenziamento del verde urbano per abitante e avviare progetti di forestazione urbana – Approvare un Regolamento del verde pubblico e privato – Controllare il rispetto del divieto all’utilizzo di erbicidi in aree pubbliche”.

Accanto a queste ci sono anche argomenti strategici che guardano alla prospettiva e che soprattutto necessitano del concorso collettivo che vada oltre la singola iniziativa locale, efficace sì naturalmente, ma determinante se si somma a quella di tutto. Si parla del tema dei rifiuti. Su questo Legambiente chiede “un impegno a ridurre la quantità di rifiuti urbani pro capite, sollecita l’applicazione della tariffa puntuale in base alla quantità di rifiuti prodotti e l’organizzazione della raccolta differenziata porta a porta. Oltre a questo si chiedono iniziative per la riduzione dell’utilizzo della plastica con misure incentivanti per i commercianti”.

Ottimo. Va considerato però che il tema della riduzione dei rifiuti e della plastica passa anche attraverso un investimento di grandi dimensioni che rimodelli il nostro approccio all’acquisto e di conseguenza intercetti per forza l’azione amministrativa che in questi anni non ha lesinato autorizzazioni su autorizzazioni per grandi superfici commerciali in gran parte concentrate sulla distribuzioni di confezioni e imballaggi destinati ad aumentare la quantità di rifiuti. Del resto è difficile tornare indietro rispetto a uno stile di vita collettivo che ruota attorno a questo sistema. Da qui la proposta di “Azioni per incentivare e sostenere le realtà produttive nella transizione verso un’economia circolare” che dovrebbe essere una scelta di campo che va oltre le stesse amministrazioni diventando un percorso virtuoso delle intere comunità. L’impressione profonda è invece che il tema ambientale non lo si voglia metabolizzare come una vera necessità che ha di fronte la società intera. Rappresenta invece un impegno forte, serio anche nei confronti delle prossime generazioni che però non sembra far parte della teoria di posizioni improntate tante volte alla negazione del problema.

Poi  c’è il tema dei temi che partendo dall’uso e dallo sfruttamento delle grandi superfici entra direttamente nel capitolo consumo di suolo. Molto caro a Legambiente che da anni denuncia questo come uno dei problemi maggiori e più preoccupanti visto che nell’arco di 3 decenni è stata cementificata  una quantità enorme di superficie contribuendo, in questo modo, oltre che alla modifica del paesaggio, a determinare non pochi problemi idraulici come si è visto nei disastrosi episodi recenti come le alluvioni del 2015 nel Piacentino e quella dello scorso anno in Romagna. Ecco perché al punto 7 Legambiente chiede agli amministratori “Stretta limitazione al consumo di suolo nella pianificazione urbanistica, consentito solo per ampliamenti delle attività produttive esistenti, in caso di assenza di aree dismesse disponibili e, comunque sia, ben sotto il 3% del territorio urbanizzato al 1° gennaio 2018.  Rinuncia alla possibilità della perequazione territoriale – No ad insediamenti logistici in assenza di collegamento diretto con scali merci ferroviari – Piano per la eliminazione delle barriere architettoniche”. Infine la domanda. Amministrazioni e decisioni sostenibili, sarà vera storia?

Antonella Lenti

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