Don Borea verso la beatificazione: il vescovo Cevolotto si augura presto

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“Perdono di cuore coloro che mi hanno fatto tanto male e anche voi che state per sparare”. Il 9 febbraio del 1945, poco dopo aver pronunciato queste parole, don Giuseppe Borea veniva fucilato contro un muro del cimitero di Piacenza da un reparto della Guardia Nazionale Repubblicana. Aveva 34 anni e da otto era parroco di Obolo, poverissima frazione di Gropparello, in provincia di Piacenza. Nel 1943 aveva aderito alla Resistenza partigiana, diventando cappellano militare delle 38esima Divisione Valdarda e poi, nel 1945, capo-servizio religioso della Divisione. I fascisti lo arrestarono mandandolo a processo con un carico di accuse infamanti, poi rivelatesi infondate: spionaggio, ricettazione, omicidi aggravati da sevizie ai cadaveri, stupro della ragazza di servizio e perfino tentato incesto nei confronti della sorella. All’odio, don Borea rispose con l’amore fine alla fine dei suoi giorni. Per questo, dopo quasi ottant’anni, la sua morte assume sempre più i connotati di un martirio, aprendo le porte verso il processo di beatificazione.

Le tappe per la beatificazione – Ad annunciarlo, nei giorni scorsi, è stato il vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio Adriano Cevolotto in occasione della presentazione della seconda edizione del libro “Giuseppe Borea. Quando l’amore è più forte dell’odio”, realizzato da Lucia Romiti per la casa editrice Il Duomo. “La sua è una lezione di grande attualità – ha affermato Cevolotto -: di fronte alla violenza ingiusta, la mitezza del perdono diventa la forza che può spezzare la catena dell’odio”. Le tappe per il via della causa di beatificazione appaiono ben delineate. “Mi auguro non ci sia molto tempo da aspettare, magari già entro l’anno – ha spiegato il vescovo -, c’è poi l’iter del riconoscimento da parte della chiesa del suo martirio: è un passaggio obbligato, non un pro-forma. Sulle qualità morali della figura di don Borea non ci sono dubbi, ma in passato ci sono stati alcuni motivi che hanno rallentato l’ipotesi dell’avvio della causa”. Il nodo fondamentale sta nel chiarire se don Borea sia stato ucciso in quanto uomo di fede o piuttosto perché partigiano. “Dobbiamo mostrare la ragione ultima per cui è stato messo a morte, andremo quindi a vedere come delineare la strada per il processo: io non ho il potere di decidere prima di fare l’indagine, tuttavia leggendo le accuse che vengono mosse al sacerdote mi colpisce il tentativo di screditare il suo profilo morale. Don Borea non nega di essere stato cappellano militare, ma le accuse sottolineano il suo venir meno alle qualità morali: questo mi fa propendere per vedere nel motivo dell’uccisione il suo sacerdozio”.

“Ucciso per dare una lezione ai preti piacentini” – Una tesi, secondo Cevolotto, rinsaldata anche dalle parole del generale De Logu, l’uomo che si rifiutò di inoltrare a Mussolini la richiesta di grazia per il sacerdote di Obolo. “Don Borea – disse il generale – deve essere fucilato per dare una salutare lezione ai preti piacentini i quali, come mi risulta, sono tutti schierati contro la Repubblica sociale fascista”. Non mancano, inoltre, altre testimonianze che farebbero propendere per il martirio, riportate nel recente libro di Lucia Romiti. Come quella dell’ex partigiano Ugo Magnaschi. “Aiutava anche i fascisti, veniva a parlare con i nostri capi per cercare di evitare le condanne a morte. Gli ho visto compiere tanti gesti di solidarietà e di pietà cristiana”.

“Il suo comportamento – ha ribadito quindi Cevolotto -, è stato coerente all’azione di pastore e lo ha esposto in modo decisivo alla morte”.

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