
Composti, in silenzio, nel caldo afoso di fine pomeriggio, 200 bosniaci hanno sfilato per le strade del centro storico per commemorare il 27mo anniversario dell’eccidio di Srebrenica, un massacro attuato dai serbi durante la guerra civile nella ex Jugoslavia in cui vennero uccisi più di 8mila civili bosniaci.
Il corteo della memoria è partito da piazza Duomo lunedì 11 luglio e si è snodato lungo via Sant’Antonino, Largo Battisti e piazza Cavalli dove si sono tenuti gli interventi finali.
Famiglie e bambini, giovani e anziani portavano sul petto la spilla del Fiore di Srebrenica, il simbolo stilizzato di quell’orrore. Alcune donne bosniache vestivano con abiti tradizionali e quasi tutte indossavano indumenti bianchi. “Nella nostra tradizione non usiamo il colore nero per esprimere il lutto”, spiega Melisa Talo. Quest’ultima fa parte della Rete dei Giovani Bosniaci di Piacenza, un gruppo di ragazzi affiliati alla Dzemat (congregazione religiosa) situata in via Cornegliana. “E’ emblematico che ad organizzare la cerimonia siano state le nuove generazioni che non erano nemmeno nate nel 1995”, osserva Ahmed Tabakovic, imam della piccola sala di preghiera islamico-balcanica.
Ad aprire il corteo, i giovani con bandiere della Bosnia-Erzegovina e un grande striscione che recitava:”Srebrenica, per non dimenticare mai”. Dietro di loro, i vertici della comunità bosniaca locale e il Console generale di Bosnia-Erzegovina a Milano, Dragan Mihaljevic. “Vogliamo portare all’attenzione e diffondere la verità su quello che è successo 27 anni fa in Bosnia-Erzegovina perché è l’unico modo affinché simili atrocità non si ripetano mai più. A Srebrenica si è consumato un genocidio riconosciuto tale dai tribunali internazionali”, osserva il diplomatico.
Anche il presidente dell’associazione dei bosniaci a Piacenza, Amel Silnovik, ricorda “quello che è stato il primo genocidio post seconda guerra mondiale in Europa”.
Oltre al ricordo dei quasi 9mila civili uccisi barbaramente e nonostante il dolore per una ferita che sanguina ancora, i bosniaci hanno portato in piazza un messaggio di pace, soprattutto in riferimento al conflitto in corso in Ucraina. “Chiediamo l’immediata cessazione delle ostilità e il ritorno al dialogo”, ha detto l’imam Tabakovic.
Il corteo si è chiuso in piazza Cavalli con gli interventi degli invitati e i saluti alla città degli organizzatori. Si sono alternati rappresentanti dell’associazionismo, della Cgil e della Cisl, i fratelli musulmani della moschea di via Caorsana e la neo sindaca Katia Tarasconi.
“E’ una delle mie prime uscite pubbliche in veste di sindaco e sono onorata di essere con voi in piazza. Sarò a disposizione di tutti”, ha detto il Primo Cittadino di Piacenza presentata dalla comunità bosniaca come l’ospite d’onore della manifestazione.
Significativa la chiosa dell’imam Tabakovic, pastore del gregge islamo-bosniaco che ha ricordato la natura religiosa dello sterminio: “Sono stati uccisi tutti coloro che hanno dichiarato “Il nostro Signore è Allah. Il nostro profeta è Maometto”. Per noi sono martiri, morti solo perché erano musulmani“.
A concludere il terzo memoriale piacentino per le vittime di Srebrenica, la toccante esibizione canora del gruppo “Aile”. Otto ragazze di origini bosniache – nate in Italia – hanno intonato inni ai defunti e ad Allah. Un momento di grande emozione anche per chi non capiva la lingua slava: le signore piangevano mentre gli uomini mantenevano lo sguardo fisso per terra.
Il corteo piacentino riflette precise istanze internazionali. “Non tutti gli assassini di Srebrenica sono stati puniti. Pretendiamo giustizia e vogliamo portare davanti ai tribunali tutti coloro che hanno partecipato all’eccidio. Fu una strage insensata, nel villaggio le vittime conoscevano i loro carnefici: si trattava dei loro stessi vicini di casa serbi”, ricorda l’imam Tabakovic.
Un’altra rivendicazione è quella di ottenere il riconoscimento politico formale del genocidio bosniaco sancito dal tribunale penale internazionale ma non da tutti gli stati europei. “Lottiamo per istituire la giornata mondiale della memoria del nostro popolo ogni 11 luglio”, dice Arnel Nasic, uno degli organizzatori della marcia.
La trasmissione della memoria storica raggiunge le nuove generazioni e cementa l’identità culturale delle comunità straniere. I bosniaci hanno introdotto in città una cerimonia che nella loro madrepatria viene celebrata in modo solenne come giornata di lutto nazionale. E così Piacenza si è trovata in un istante nei Balcani a condividere incubi e pene di chi è dovuto scappare da tali atrocità.
Molti dei 1300 bosniaci di Piacenza e Provincia – sesta comunità straniera del nostro territorio – sono originari infatti di Prijedor, cittadina dove nel 1992 si verificò un altro massacro per mano dei serbi. “Più di 5mila civili trovarono la morte, la mia famiglia riuscì ad emigrare a Piacenza. Noi siamo i discendenti dei sopravvissuti del genocidio e dobbiamo ricordarlo sempre”, dice Arnel Nasic.




