Infine, col chiudersi di ottobre, terminano anche le undici serate previste per l’ottava edizione de “L’altra scena”, il festival di teatro contemporaneo curato da Jacopo Maj.
L’ultima tappa è stata davvero strepitosa: un’ora e mezza di monologo di Maria Paiato (nella foto), che ha portato in scena lo Stabat Mater di Antonio Tarantino per la regia di Giuseppe Marini. C’è chi ritiene la Paiato la più importante attrice italiana della sua generazione (che è quella di mezzo) non solo per la straordinaria carriera teatrale, ma anche per quello che ha dato al cinema lavorando sotto la direzione di Francesca Archibugi e Carlo Mazzacurati, Silvio Soldini e Sergio Corbucci, Francesca Comencini e Carlo Vanzina, per tacere degli altri. Si tratta di valutazioni per le quali non esiste metro universale, e che lasciano il tempo che trovano: resta il fatto che la vastità del registro – dal comico anche sboccato fino allo straziante –, la capacità mimetica pressoché di ogni dialetto e tipo umano, infine il darsi tutta nell’interpretazione, lasciano stupefatti. Non possiamo quindi confermare o meno se sia la miglior attrice della sua generazione, possiamo dire che seduti in platea era impossibile desiderare di essere in un altro posto al mondo.
Quanto al testo di Tarantino, conquistò il Premio Riccione a inizio anni Novanta e andò in scena al Teatro Vascello di Roma interpretato da Piera Degli Esposti, prima di una lunga fortuna che nel tempo l’ha consolidato come un valore certo del teatro contemporaneo. La sensibilità su cui è accordato è la stessa che troviamo in autori come Giovanni Testori: protagonista è infatti un’ex prostituta che vivacchia in Piemonte cercando di difendere quel poco che ha conquistato, sola al mondo se non per un figlio grande che però finirà in carcere per aver creduto troppo alla politica. C’è la periferia e c’è la provincia, va bene, ma soprattutto quello che dovrebbe essere squallido e irricevibile risulta così puro nei sentimenti da toccare il sacro. Com’è, appunto, in Testori.
Infine – poi deponiamo l’intonazione degli elogi – si dovrà rendere merito anche a una regia che ha allestito sul palco una sola grande pedana tonda, una “o” rialzata su cui per un’ora e mezza la Paiato si è mossa indiavolata, talvolta per elevarsi, ma tante altre per ricadere al suo interno come rinchiusa.
Detto questo, l’argomento dell’articolo è in realtà differente. Quest’anno “L’altra scena” ha particolarmente investito sulla presenza delle scuole: ogni sera ci sono stati studenti delle superiori cittadine presenti, invitati non solo a vedere quello che accadeva sul palco, ma anche a fermarsi dopo per dialogare con gli attori e, nelle quarantott’ore seguenti, a scrivere la propria recensione. Così da acquisire, in dialogo con l’organizzazione, una consapevolezza di sguardo maggiore.
Tuttavia, com’è naturale che succeda, ci sono studenti più compresi nel ruolo e altri meno capaci di concentrazione. In particolare, durante Stabat Mater avevo alle spalle due ragazzine che si erano preparate forse più per una serata in discoteca che al Teatro dei Filodrammatici – stante il peso del trucco e, al contrario, la leggerezza della gonna – e che non hanno mai avuto intenzione di badare al palco. Le ho riprese un paio di volte, lo hanno fatto altre persone: il parlottio e i risolini non si sono chetati un attimo.
Ho pensato più volte che avrebbero fatto meglio ad andarsene all’Irish, perché stare seduti lì non è un obbligo per nessuno, e inoltre contrapponendo dentro di me il ricordo dell’attenzione spasmodica che quindicenne avevo per il teatro (anch’io andavo con i compagni di classe) al loro approccio facilone. Ho pensato anche ai problemi che i presìdi educativi – famiglia, scuola, gruppi sportivi, associazioni e, perché no, parrocchie – hanno oggi come oggi. Ho pensato che era meglio un tempo. Ho pensato che…
Ho pensato che ai Filodrammatici, a vedere Maria Paiato, c’erano troppo poche decine di persone. Ho pensato che gli studenti erano un bel gruppo nutrito. Ho pensato che per una serata davvero strepitosa, “gli adulti” hanno risposto molto meno “dei ragazzi”. Che quelle due ragazzine facevano casino perché erano lì, non a casa davanti alla televisione o attaccate a un tablet.
Ho pensato tutte queste cose e finalmente ho fatto quello che dovevo: mi sono vergognato. Fa bene l’organizzazione de “L’altra scena” a costruire il pubblico di domani. E faremmo bene anche noi adulti, a partire da me che negli anni troppo poco l’ho frequentato, a prendere esempio e ad assistere a più spettacoli.




