
di Gabriele Dadati – Nel tempo disgraziato dell’“eventite” in cui stiamo vivendo oramai da un po’, ci dimentichiamo forse che il vero godimento non sta tanto nella fruizione istantanea di un fatto culturale (una mostra, un film, un concerto), ma nella possibilità di leggere quel fatto culturale come collocato in un percorso. Perché è proprio conoscendo il percorso che si può godere dell’autenticità del singolo evento.
Prendiamo il caso di Norbero Civardi, artista figurativo, designer e regista teatrale. Nel novembre del 2009 mise in scena al Teatro Verdi di Fiorenzuola una sua riduzione di Dracula che partiva da questa considerazione: il protagonista, nel romanzo di Stoker, non prende mai la parola in prima persona. Le sue azioni sono riportate sempre attraverso la visione di altri, e questo può lasciare in dubbio sull’effettiva consistenza della sua malvagità, della sua perdizione, delle sue volontà. Dunque: quali sono, davvero, le fattezze della sua anima? E di contro: quali sono le fattezze dell’anima di ogni altro personaggio e perfino quelle dell’anima dello spettatore? Il male è moneta comune, passa di mano in mano, anzi no: si ferma, è nella tasca di ognuno. E visto che sua caratteristica preminente è di essere forza attiva, non può che premere da dentro per deformare le fattezze del mondo. Così era in quel Dracula, il cui copione era firmato da Cristiana Emiliani, frutto del dialogo con Civardi, ma così era nei dipinti coevi dell’artista, che all’epoca si dedicava a grandi tarocchi. Parafrasando Gadda, potremmo dire: “Gotico è il mondo, e Civardi ne ha percepito e ritratto la goticità”.
Di lì la riflessione si era spostata su Hannchen e Gretel e oggi, a dieci anni di distanza, si compone con la terza anta la Trilogia del sublime costruita con pazienza e soprattutto coerenza: arriva così, di nuovo al Verdi, Chi di voi due? La vera storia del dottor Jekill e del signor Hyde, in scena questa sera (venerdì 28) e domani (sabato 29) alle 21. Si tratta di una rivisitazione ancora più radicale che in precedenza. Non va infatti in scena la storia raccontata da Stevenson nel celebre romanzo in cui un uomo rispettabile, tramite un filtro, trae da sé una seconda identità ignobile e violenta, ma una immaginaria vicenda di cronaca a cui proprio Stevenson avrebbe potuto ispirarsi. In scena quindi va solo Jekill, che il suo Hyde se lo porta dentro, e davvero non è l’unico personaggio doppio che vediamo sul palco.
Così spiega la Emiliani, che anche in questa occasione ha composto il copione: “Abbiamo eliminato il personaggio di Hyde come doppio ‘in carne ed ossa’ di Jekyll. Hyde è solo uno pseudonimo con cui l’irreprensibile – almeno in apparenza – e infelice dottore si firma e dietro al quale nasconde la sua vera natura; abbiamo trasformato il dottor Lanyon nell’amico antagonista di Jekyll e lo abbiamo fatto morire ancora prima di entrare in scena – di lui si parla molto, comunque; il suo posto vacante è stato occupato dalla vedova, Elisabeth Lanyon, donna dal passato discutibile e antico amore di Jekyll; Utterson ed Enfield non sono cugini, anche se si fanno passare per tali, ma sono padre e figlio illegittimo; nessuno conosce il loro segreto all’infuori di Alfred, personaggio che nel romanzo originale non esiste, padre putativo di Enfield e fedele servitore di Utterson. Infine, la figura marginale del maggiordomo di Jekyll, Poole, si trasforma nella governante Signora Poole, dal ruolo tutt’altro che secondario, una donna che ama e odia con pari intensità”.
E con questo, torniamo a quello che scrivevamo all’inizio: non è solo l’evento in sé a contare, ma il percorso su cui riposa. Perché l’antica intuizione che reggeva il Dracula – dove sta di casa il male come forza attiva? In ognuno di noi, e nelle cose – qui viene del tutto dispiegata, senza possibilità di remissione. Restiamo in un registro del gotico, ma della miglior specie: quella del tardo vittorianesimo, periodo che fece della contrizione il suo vessillo, con un’estetica tutta giocata sul dire di no a se stessi. Perché dirsi di sì potrebbe far uscire quella parte di male che ha fin troppe energie, quando si dispiega, soprattutto in un periodo storico di progressi tecnologici e crescita economica.
In scena a Fiorenzuola vediamo gli attori della HumanLeagueCompany, tutti meritevoli: Simona Torri, Francesca Poggi, Roberto Dallabona, Giovanni Rosa e Alberto Avanzini. Ci permettiamo tuttavia una segnalazione in più, che va a Nando Rabaglia, il protagonista. Il suo Jekill – nome parlante non meno di Hyde, “nascondere”, che in un ben leggibile pastiche franco-inglese vale “io uccido” – porta a tratti con sé uno stigma di esasperata deformità che ci pare notevole.




