Con uno sguardo al contesto internazionale Alberto Rota, da quattro anni presidente di Confindustria Piacenza, esordisce parlando di congiuntura presente e di prospettive a breve termine, pochi giorni dopo l’assemblea annuale degli imprenditori locali, soddisfatti per la tenuta del sistema provinciale (trend positivo da sei semestri) e per un Pil consolidato che supera la media nazionale.
Presidente, la congiuntura economico-politica planetaria, pensiamo soprattutto ai dazi di Trump, condiziona anche l’economia piacentina?
“In realtà – risponde Rota – i dazi ‘americani’ sono per noi un problema relativo. Assai più avvertibili sono gli effetti, che chiamerò indiretti, rappresentati dal costo del petrolio e dalla svalutazione dell’euro rispetto al dollaro”.
E a livello continentale che cosa ci condiziona?
“La Germania è il paese nel quale esportiamo di più, seguito dalla Francia. Ora, è evidente che ogni decelerazione della Germania è destinata a condizionarci. Sta rallentando l’economia legata all’industria automobilistica. Pensiamo al ‘crollo’ del diesel seguito allo scandalo del 2015: noi, che esportiamo in quantità componenti legate all’industria automobilistica, ne risentiamo in modo significativo”.
In un contesto di conclamata globalizzazione, possiamo oggi affermare che la politica dei distretti è oramai superata?
“Non sono d’accordo, non del tutto almeno, sul superamento dei distretti. Penso, per fare un solo esempio, al distretto emiliano della ceramica che ha ottenuto risultati straordinari. Il concetto di distretto si mantiene perché collega un territorio: a monte ho la cultura del come fare e a valle le potenzialità di sviluppo. Ancora: la competitività, a livello territoriale, è un potente motore di crescita. Quando dico che a monte c’è la cultura intendo il know how teorico che è destinato a tradursi in impresa e lavoro. Le faccio un esempio: all’Isii Marconi ci sarà una classe di meccanica in più perché noi abbiamo lavorato per rafforzare il settore metalmeccanico. Vuole dire futuri tecnici a disposizione sul territorio per soddisfare le esigenze, addirittura la fame di figure specializzate che hanno le nostre imprese”.

A sottolineare le parole del presidente, interviene Cesare Betti, storico direttore di Confindustria:
“Tutto parte dalla scuola. Il nostro tessuto produttivo – spiega – ha un grande bisogno di tecnici specializzati e le nostre sono scuole di sicura eccellenza. Il progetto di collaborazione col Marconi (l’Isii, ex Itis, appunto, ndr) ci riempie d’orgoglio. Il progetto si è concretizzato con l’avvio del Laboratorio Promeca (PROgettazioni MECcaniche Avanzate), inaugurato di recente e realizzato grazie a Confindustria Piacenza e a un gruppo di imprese associate. E inoltre il lavoro a monte di cui si parlava si è concretizzato con l’avvio dei quell’innovativa forma di alleanza scuola-impresa che è il percorso di apprendistato cosiddetto di primo livello”.
Come si articola il progetto con la scuola?
“Con il preside (il prof. Monti, ndr) – prosegue il presidente Rota – abbiamo confronti costanti. In essi si decide la strategia da adottare. Ma abbiamo avviato anche un percorso con il liceo Gioia e con l’Ipsia Leonardo da Vinci. Lo scopo naturalmente resta quello di un progetto formativo in grado di rivelarsi utile per le aziende. Ad esempio attraverso stage di alternanza scuola-lavoro che consenta ai ragazzi di toccare con mano il mondo del lavoro”.
Il trend dell’industria piacentina sappiamo che è in crescita: quali sono le richieste specifiche da presentare a livello locale?
“Per noi è più importante renderci competitivi a livello mondiale. Un dipendente tedesco, ad esempio, a parità di mansioni guadagna più di un italiano e all’azienda costa allo stesso modo, perché? Perché il cuneo fiscale è più contenuto. Al governo chiediamo di non aumentare la pressione fiscale perché il rischio è che l’impresa delocalizzi il lavoro, insediandosi dove costa meno. La politica nazionale deve operare scelte secondo logiche europee: nel recente passato apprezzabili e apprezzate sono state la scelta di abolire l’articolo 18 e il piano Industria 4.0, quest’ultimo davvero strategico. Il costo del lavoro, da noi molto alto, ci pone di fronte a un bivio: o divenire fortemente produttivi e competitivi o scomparire. Il mondo dell’impresa deve essere aiutato a diventare sempre più tecnologico, interattivo, rispondente ai tempi”.
Un anno fa parlavamo, per quanto riguarda le priorità dell’economia, di infrastrutture, marketing territoriale, grandi opere come il nuovo ospedale. Dopo un anno si può dire che sono stati fatti passi in avanti?
“Mah, qualcosina sì. Per l’ospedale abbiamo avuto un’accelerazione, ora si deciderà il sito, direi che dovremmo stare nei tempi che ci siamo prefissati. Se poi vogliamo discutere il perché ci vogliano 8 anni per costruirlo, beh, quella è un’altra storia. Altra grande opera: il parcheggio di piazza Cittadella dovrebbe essersi sbloccato, quindi bene, ecco un altro passo positivo. E abbiamo dei sogni: il polo del ferro di Le Mose che libererebbe la stazione passeggeri dal traffico merci. Stiamo cercando di organizzare la logistica – che è stata mal governata – in modo più ordinato per la città. Poi abbiamo sempre in progetto la strada mediana, quella disegnata da Parenti, che noi abbiamo ripreso e attualizzato: una strada che parte a Castelsangiovanni e termina a Fiorenzuola”.
Qual è stata finora la più grande delusione della sua presidenza?
“Noi siamo una provincia non grande ma operosa. Quando è uscita la notizia che siamo al quarto posto in Italia per tasso di occupazione (dopo Bolzano, Milano e Bologna) si è sparsa la voce di città triste, che pensa solo al lavoro. Ecco che invece di gioire del risultato – come mi sarei aspettato – e spronarci a vicenda per vedere se riuscivamo a sorpassare le altre città, abbiamo cominciato a svalutarci. Non abbiamo fatto gruppo neanche in quell’occasione, non siamo stati capaci di essere soddisfatti del risultato importante”.
Qual è il progetto confindustriale che ritiene più realizzabile?
“Quello, appunto, dell’intervento formativo negli istituti scolastici. E’ un modo per conciliare le esigenze delle aziende con quelle dell’occupazione. A fronte di un livello generale che è lusinghiero, soffriamo di un alto tasso di disoccupazione giovanile”.
Per finire, nell’assemblea annuale avete parlato di economia circolare, di buone pratiche, di sviluppo in sintonia con la difesa dell’ambiente. Ebbene, siete favorevoli alla futura chiusura dell’inceneritore?
“Per ora non siamo pronti. Come la smaltiamo la spazzatura? Diventiamo come Napoli, come Roma? La raccolta differenziata non è ancora entrata a pieno nella mentalità dei cittadini. E poi c’è anche una questione di tecnologia circa le aziende che riciclano i rifiuti. La sensibilità ambientale, per fortuna, si sta diffondendo sempre di più e le aziende l’hanno già fatta propria. Ma non tutto è ancora pronto e ci vuole ancora tempo. Ma, si badi, si tratta di un problema culturale ancor prima che economico. Sono i cittadini il primo tassello di una corretta gestione dei rifiuti”.




