
L’autobiografia del Pd si scrive anche a Piacenza. Naturalmente se ne scrive un pezzo piccolo, ma – non c’è dubbio – significativo.
I fatti. In vista della tornata amministrativa di primavera il Pd, egemone a Piacenza da tre consigliature (se vi ricomprendiamo, in maniera un po’ forzata, anche il primo Reggi) deve scegliere il proprio candidato sindaco. Nessuna disponibilità formale è trapelata finora; sul tavolo solo alcuni nomi: personalità politiche come gli attuali assessori Stefano Cugini e Silvio Bisotti e il presidente del consiglio comunale Christian Fiazza, e l’economista Paolo Rizzi, indicato da quella borghesia progressista cittadina riconducibile agli ambienti che nel 1994 favorirono l’elezione di Giacomo Vaciago. La ricerca è però quella di una soluzione unitaria che riesca a soddisfare, in larga maggioranza, le due anime del partito. Per farlo il Pd accantona l’opzione primarie, celebrate fino a poco tempo fa come l’approdo alla democrazia 2.0, e oggi derubricate a rituale ferocemente divisivo. Per farlo, dunque, bandisce una sorta di selezione tra candidabili autorevoli e potenzialmente attrattivi: una via di mezzo, qualcuno così si è spinto a definirla, tra i casting di Forza Italia e la “graticola” del M5S.
Una esagerazione, certamente, e tuttavia un riflesso nitido delle difficoltà identitarie che il Pd, sorto nel 2007, continua a palesare. Dieci anni di vita, cinque segreterie, flop e boom elettorali non sono riusciti a saldare la spaccatura fra l’anima cattolico-moderata (gli ex Margherita) e la componente laico-progressista (gli ex Ds). Una divisione ben evidente oggi nel clima di scontro a livello nazionale, tra le richieste di confronto e le minacce di scissione ventilate dalla minoranza, da una parte, e l’intenzione dei renziani, dall’altra, di ricorrere ad elezioni anticipate.
Una faglia a filo di superficie che si nota benissimo nel caso piacentino: due potenziali candidati, due mondi in antica tenzone. Carlo Marini, manager Unicredit, rappresenta il mondo cattolico e da esso è sostenuto; Marco Castagnola, imprenditore informatico, ha alle spalle una robusta tradizione di sinistra, familiare e personale.
Bene, nessuna delle due opzioni – come risulta da fonti interne al partito – sarebbe ragionevolmente percorribile. Troppo connotati i due aspiranti candidati, poiché Marini rischia di allontanare l’elettorato ancorato a sinistra (dentro e ancor più fuori del Pd), Castagnola non sarebbe in grado di attingere al capiente serbatoio elettorale cattolico, egemone nel centro-sinistra piacentino. Marini o Castagnola, in conclusione, rischiano di lacerare la sottile trama che nelle urne tiene insieme il Partito democratico. Che fare, dunque? La ricerca di un candidato in grado di conciliare le due aree pidine è tutt’altro che facile, eppure rappresenta l’unica via percorribile. A meno che non si ricorra alle primarie, ultima ratio cui rivolgersi in extremis. Non sono pochi, all’interno del Pd, a considerare il ricorso a questo tipo di confronto come un pericoloso azzardo. A denti stretti mormorano che la “coesione fredda” raggiunta cinque anni fa (quando gli elettori dello sconfitto Cacciatore sostennero lealmente il vincitore Dosi) oggi sarebbe una lontana chimera. Il vincitore resterebbe solo, con i sostenitori del suo competitor a disertare le urne.




