Casa, kebab e politica. La vita mimetizzata dei Curdi di Piacenza.

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Il nostro focus estivo sulle rosticcerie orientali diventa un reportage sulla ”lotta dei popoli” e sulle nostre guerre dimenticate

Chi vi prepara il kebab non è un turco ma un curdo. Non lo sapete? E’ normale. Sono gli stessi Curdi a qualificare le propria attività come “Turche”.

Nessuna delle 30 rosticcerie che preparano kebab a Piacenza e Provincia si presenta infatti come “curda”.

“Il 70% dei locali a kebab è di proprietà di cittadini di origine curda. Non vogliamo creare confusione nel cliente, è un piatto che esiste in tutto il Medio Oriente ma in Europa è un “marchio” della comunità turca, e l’Oriente per il piacentino medio si ferma a Istanbul”, spiega Fatih Arslanlar del ristorante “Oscar Kebab” in via Taverna.

Nel nostro territorio abitano un centinaio di Curdi. Sono stime, perché non esiste uno Stato curdo riconosciuto a livello internazionale e i censimenti ufficiali si basano sulla nazionalità dei migranti. I Curdi vengono annoverati come “Turchi”, o “Siriani”, o “Iracheni”, oppure “Iraniani”. 

La maggioranza dei Curdi emigrati a Piacenza proviene dalla Turchia. Si tratta di una catena migratoria di stampo regionale riconducibile alla regione di Diyarbakir, nel sud-est dell’Anatolia. Con il 20% di residenti di origine straniera, a Piacenza e Provincia, la presenza curda passa senz’altro inosservata. Da qui deriva però il fascino di questa piccola comunità “sommersa”, nascosta, che ci serve il kebab e la coca-cola agli angoli delle strade.

Popolo dall’identità forte, non araba né turca o persiana, i Curdi rappresentano la nazione più numerosa al mondo senza uno Stato. 50 milioni di persone con una lingua e cultura definita in un territorio vasto virtualmente quanto la Francia che si estende dalle pianure turche fino ai monti Zagros in Iran. La Storia è stata inclemente con i Curdi: ”In nessuno Stato in cui siamo presenza etnica ci concedono quei diritti indispensabili volti a proteggere la nostra identità: la nostra è una storia di persecuzioni, di lotte per la sopravvivenza e di esperimenti politici di autogoverno”, specifica un altro ristoratore curdo.

Eravamo partiti con l’intenzione di fare un focus sulle rosticcerie orientali e siamo finiti per scoprire che queste ultime, sono quasi tutte gestite da cittadini di origine curda. Con loro abbiamo parlato di “Lotta dei popoli” e di conflitti dimenticati.

Alcuni Curdi con cui abbiamo parlato hanno preferito rimanere anonimi.

Non è il caso di Alì. “La Turchia non è un paese democratico che garantisce il pluralismo e la libertà di espressione. Molti di noi hanno parenti che abitano in Anatolia e temono ritorsioni da parte del governo turco se sospettati di sostenere la causa curda”. Dal canto suo, la Turchia ritiene intollerabili le pretese curde di formare una regione autonoma all’interno delle proprie frontiere, considerandole come un attentato all’integrità dello Stato.

Alì, 25 anni, lavora nella rosticceria “Istanbul Markaz” di via Veneto. Discutere con lui evitando di parlare di politica è impossibile.  Alì denuncia l’isolamento politico e militare del suo popolo, dopo il sacrificio dei Curdi nella guerra contro l’Isis.

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“I Curdi hanno combattuto in prima linea contro i jihadisti e li hanno sconfitti. Abbiamo liberato intere città e provincie dal Califfato nero.  Ci siamo fatti massacrare in Siria affinché i macellai non raggiungessero l’Europa. Ci sentiamo ora abbandonati da tutti ma la nostra indole è resiliente e combattiva”, aggiunge Ali fra una  boccata di sigaretta e un sorso di caffè.

Ali cucina, prende gli ordini e pulisce i tavoli  Talvolta è assorto, i suoi pensieri sono altrove. Forse in Turchia, dove parte della sua famiglia abita. “Non posso tornare senza rischiare l’arresto per diserzione, per non aver risposto al servizio militare turco. Oggi sono un rifugiato politico, un esiliato”.

Non sono pochi i Curdi di Piacenza che confermano questa dura scelta.  Una vita in esilio oppure affrontare dei rischi tornando in Turchia: “Il governo turco controlla con particolare zelo i Curdi che arrivano dall’Estero. Vagliano le attività che svolgono anche sui social media. Possiamo essere trattenuti per una semplice fotografia di gruppo con la bandiera curda alle spalle o con quella del nostro leader”, precisa Alì.

Il leader a cui si riferisce Alì si chiama Abdullah Ocalan, fondatore del Pkk, un’organizzazione armata sorta negli anni ’80 fra le montagne del Curdistan turco. Per alcuni Curdi, Ocalan, è un eroe che ha difeso il proprio popolo dalla repressione dell’esercito turco e dai tentativi di assimilazione forzata. Per gli Stati Uniti e l’Ue, la formazione è considerata una banda armata, un gruppo terrorista. Così come per la Turchia che ha condannato all’ergastolo l’ideologo della causa curda, tutt’ora rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. 

A partire dal 2014, in piena guerra siriana, alcuni italiani hanno preso le armi a favore della causa curda. Hanno lasciato gli abiti da civili per diventare soldati, inseriti militarmente nelle SDF (Syrian Democratic Forces), una colazione multietnica a guida curda in lotta contro l’Isis.

Erano i tempi dei primi reportages che mostravano le donne curde in uniforme resistere con il fucile spianato contro una massa isterica di barbuti esaltati dalla guerra santa. Molto “mediatiche”, sono diventate iconiche. Per gli opinionisti erano le nuove partigiane, in guerra per la libertà. In Occidente, i gruppi femministi scalpitavano: delle donne con l’Ak-47 in lotta contro il patriarcato e il terrorismo islamico! I centri sociali ribollivano: un’altra rivoluzione socialista, in un altro paese lontano, era possibile.

Sull’onda di questo impeto di simpatia per i Curdi, nacque un fronte trasversale di solidarietà: dall’università ai sindacati, dalla società civile e dai media indipendenti ai centri sociali.  A Piacenza, la cooperativa Infrangibile è parte di questo movimento e promuove serate di informazione e raccolte fondi in collaborazione con il sindacato SiCobas.

Alcuni ex reduci hanno scritto dei libri e girano la Penisola per diffondere la causa curda facendo tappa spesso a Piacenza nei locali della cooperativa.

Dietro a questo movimento di simpatizzanti c’è la Rete Kurdistan Italia. Un’organizzazione che spinge per una conoscenza più profonda della situazione sul campo anche attraverso la pianificazione di viaggi nel Curdistan siriano di piccole delegazioni di “osservatori internazionali”. Anche da Piacenza, attraverso questo canale, sono partiti alcuni attivisti.  

La referente locale di questo anello pro-curdo abita proprio oltre il nostro confine provinciale, in un paese vicino a Fidenza.

Militante di lunga data della sinistra radicale, Nelly Bocchi è una nonna. Una signora composta e distinta con una lunga storia di attivismo a favore dei popoli oppressi e dei Diritti Umani. Conosce di persona alcuni ex volontari italiani delle “Brigate internazionali”, un battaglione curdo creato apposta per i combattenti stranieri. “Uno di loro – ricorda – era un giornalista e faceva parte di una  nostra delegazione civile. Dopo aver toccato con mano le sofferenze del popolo curdo ha deciso di arruolarsi come soldato”.


Accanto a lei, a livello regionale, c’è il curdo Serkan Xotapli. Rifugiato politico residente a Parma, con passaporto turco, è una delle personalità più in vista nella propaganda della causa curda in Emilia Romagna. “Non vedo i miei parenti da più di 20 anni. Anch’io sono considerato disertore per essermi rifiutato di svolgere il servizio militare. Se torno in Turchia rischio di finire in prigione solo perché sono Curdo”.

Uguaglianza, causa femminile, ecologia sociale e autogoverno sono le idee che questi idealisti veicolano, quasi sottovoce, dalle terre liberate dall’Isis fino alle nostre città. Storie di eroismo contro la barbarie islamista e di ricostruzione civile successiva.   

Piacenza rimane defilata rispetto al movimento curdo militante che trova in Modena la sua roccaforte regionale. La maggioranza dei proprietari e dei lavoratori delle rosticcerie curde preferiscono il silenzio o comunque parlare il meno possibile. “Io abito a Piacenza da più di 25 anni, ho dei figli, una famiglia sia in Italia che in Turchia, voglio vivere in pace, tornare per le ferie in Turchia dai miei parenti, muovermi senza paura. Curdi e Turchi hanno condiviso per millenni le stesse terre: dobbiamo trovare il modo di convivere in pace e armonia”, osserva Fatih dell’Oscar Kebab.  

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