Crollate le ideologie politiche, il dibattito si infiamma sui comportamenti e sugli stili di vita, stili di vita, beninteso, che possono avere delle ricadute significative ben oltre il costume e le mode. Non è mai stato così acceso, ad esempio, lo scontro ideologico tra chi mangia carne e chi ne fa a meno per ragioni etiche, ambientali o salutiste. Onnivori che tacciano vegetariani e vegani di integralismo, “veg” oltranzisti che accusano la controparte di voler distruggere il pianeta e massacrare gli animali.
In Italia il numero di vegetariani e vegani ha raggiunto il massimo storico: tra il 7 e l’8 per cento della popolazione nei calcoli del Rapporto Eurispes 2018, quasi 5 milioni di persone. Il 6,2 per cento degli italiani si dichiara vegetariano mentre i vegani rappresentano lo 0,9 per cento della popolazione, circa 600 mila persone. Poche, ma in crescita. Fondato sul rifiuto di ogni forma di sfruttamento degli animali, il veganismo è una filosofia che esclude dalla dieta non solo ogni tipo di carne ma anche i derivati degli animali come uova, latte, formaggi e miele, anche sotto forma di ingredienti presenti in altri alimenti.
Fatto sta che il consumo di carne in Italia continua a flettere. Con 79 chili a testa all’anno è il più basso in Europa: i danesi sono a 109,8 chilogrammi, i portoghesi a 101, gli spagnoli a 99,5, i francesi e i tedeschi 85,8 e 86. Effetto della crisi, della diffusione delle culture vegetariana e vegana, degli studi scientifici che ammoniscono sui rischi di una dieta troppo ricca di carne e insaccati.
E se da una parte è comprensibile il timore di chi vede messe in discussione tradizioni consolidate, dall’altra è indubbio come il mondo sia cambiato e oggi sia necessario porsi il problema delle ricadute negative da allevamento intensivo: dallo sfruttamento delle risorse naturali all’emissione di gas serra, dallo spreco di cibo all’approccio profondamente disumano nei confronti degli animali. Un’attività economica che in molti casi – stiamo parlando di produzioni intensive – ha completamente smarrito la sua iniziale connotazione rurale e familiare e l’obiettivo, che non è più quello di nutrire, ma di generare il massimo profitto.
Problema che – è bene ribadire – non si pone nella nostra provincia, dove vi sono principalmente allevamenti di bovini da latte, garantiti da puntuali controlli sul corretto utilizzo dei farmaci e sul benessere e l’alimentazione degli animali allevati.
A Piacenza, l’ultimo motivo di scontro è stata la proiezione – promossa dalle associazioni Veg&Joy, Legambiente e Cinemaniaci – di “Food ReLOVution: tutto ciò che mangi ha una conseguenza”, che ha fatto infuriare gli allevatori locali. Il film documentario di Thomas Torelli esamina le conseguenze della cultura della carne dal punto di vista della crescente preoccupazione per l’impatto sulla salute, sulla fame nel mondo, sul benessere degli animali e sull’ambiente. Alla base di questo documentario – che vede la partecipazione di numerosi scienziati ed esperti tra cui Franco Berrino, Vandana Shiva, T. Colin Campbell, Peter Singer e Carlo Petrini – l’idea secondo cui scegliere il cibo con consapevolezza è un atto rivoluzionario che può cambiare il mondo. Senza demonizzare chi si nutre di carne, il film analizza anche le trasformazioni che sono avvenute nel processo alimentare nell’ultimo secolo, specialmente negli ultimi quarant’anni. Senza giudizio di fondo, bensì con il desiderio di stimolare una riflessione, di sfatare le consuetudini e di arrivare a un risultato tangibile.
La proiezione è stata però occasione di preoccupazione per gli allevatori piacentini che hanno manifestato con un sit-in di protesta organizzato dal consorzio “La carne che piace”, con la partecipazione di Coldiretti e Confagricoltura, all’insegna dello slogan “Rispetto per il nostro lavoro, contro il fanatismo vegano”.
“Siamo qui per contestare chi da tempo mette in dubbio il ruolo centrale del comparto agricolo e zootecnico – ha dichiarato Giampaolo Maloberti, presidente del consorzio “La carne che piace”, una realtà che da anni promuove una filiera territoriale di qualità per bovini e suini -. Gli attivisti vegani – prosegue – vogliono far credere che tutti i mali del mondo, come l’inquinamento o l’immoralità, siano imputabili ai consumatori e produttori di carne. Bisogna rispettare il lavoro generazionale di chi ha fatto dei campi e dell’enogastronomia un indotto insostituibile per numerose famiglie”.
«Gli animalisti che accusano gli allevamenti di inquinare il pianeta – dice ancora Maloberti – diano un’occhiata all’impatto che stanno avendo sulle popolazioni locali i nuovi ingredienti tanto di moda nella dieta vegana: per la soia ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale argentina; la coltivazione intensiva di quinoa, che avviene nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia –, sta peggiorando l’esistenza degli abitanti autoctoni. Nei periodi di carestia del passato, invece – conclude Maloberti – il maiale ha saputo sfamare famiglie intere. E con orgoglio, Piacenza è l’unica provincia a fregiarsi di tre salumi DOP”.




