di Elena Caminati – Umanizzare la pena e trovare un senso al tempo. E’ la sfida a cui il sistema carcerario italiano è costantemente messo di fronte. Anche la casa circondariale delle Novate di Piacenza. I disordini che sono accaduti nelle ultime settimane all’interno di una delle sezioni più difficili da gestire sono la conferma di quanto sia importante dare valore a quelle otto ore giornaliere che i detenuti hanno a disposizione fuori dalle celle. “Il giudice condanna una persona a del tempo da scontare che non deve essere un tempo di soffrenza o dove maltrattano le persone – ci spiega Brunello Buonocore incaricato Asp Città di Piacenza per le attività in carcere – Un tempo così non ha senso. Si devono trattare le persone come esseri umani perche uno cambi, si renda conto degli errori commessi e si ricostruisca una vita”.
Ecco che il lavoro all’interno del carcere diventa la soluzione a gran parte dei problemi che affligono oggi la maggior parte degli istituti di pena.
“Le esperienze di lavoro – conferma Buonocore – sono fondamentali altrimenti c’è la ricaduta che in Italia è altissima. Rompere il circolo vizioso è la grande scommessa. Ora da qualche anno anche la casa circondariale di Piacenza è arrivata ad un’apertura sempre maggiore. A Piacenza i detenuti sono fuori cella per otto ore al giorno, questo significa avere la possibilità di maggiore movimento”.
Il detenuto non è il reato che ha commesso. Si parte da qui per parlare di umanizzazione della pena, ovvero trovare un senso al tempo. Per questo occorrono personale spesso sottodimensionato, a Piacenza sono tre gli educatori per una popolazione carcararia di circa 400 unità, e volontari.
“L’umanizzazione è cercare di trovare un senso a questo tempo ed è la grande difficoltà che si incontra. Ci vorrebbe più personale dell’area educativa. Io sono contrario al fatto che il volontariato sostituisca il personale. Ma affiancare esperienze importanti nel carcere significa dare un senso al periodo trascorso dentro”.
Esempi virtuosi in questo senso ce ne sono stati anche a Piacenza, è Brunello Buonocore a raccontarceli. La palestra delle Novate versava in condizioni pessime; scuole edile e Asp hanno organizzato un corso per piastrellisti a cui hanno partecipato un buon numero di detenuti con un ottimo risultato finale. A disposizione c’era una borsa di studio a cui alcuni hanno addirittura rinunciato. La vera ricchezza, in quella circostanza, è stata non stare con le mani in mano.
“Questo piccolo esempio porta a vedere che le cose che si fanno all’interno – spiega Buonocore – hanno un senso per i detenuti, per la direzione, gli agenti, le persone esterne. La pena non deve essere altro. Occorrerebbe moltiplicare le occasioni di questo tipo, che non sono per forza di tipo lavorativo. C’è la scuola, lo sport, il teatro, ma restano gocce nell’oceano”.
Poche cose certo rispetto agli effettivi bisogni, ma se fossero viste dall’esterno quale sarebbe la reazione e soprattutto verrebbe abbattuto quel muro di inevitabile pregiudizio che si ha verso i detenuti? “Si parla moltissimo di far entrare le scuole in carcere – spiega – in un primo tempo ero contratrio poi ho capito che non è così ed accetto la curiosità delle persone che si renderanno conto che dentro ci sono esseri umani.
L’esperienza di Sosta Forzata è stata molto significativa ha abbattuto molto pregiudizi. Dentro si trova dignità e aspetti moralmente importanti. Molte cose meriterebbero di essere conosciute. Ma tutto quello che si fa è lo si fa insieme, in collaborazione, o non c’è un ente o un’associazioe che può, da sola, risolvere i problemi”.
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