Mio Post – “Biogas, più che di inquinamento è il caso di parlare di caccia alle streghe”

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di Enrico Chiesa * –  Nella nostra provincia sono diverse le aziende agricole che hanno realizzato impianti di biogas.
Trattandosi di imprese certamente ciascuno ha valutato la redditività del proprio investimento dimensionandolo alle esigenze energetiche dell’azienda ed alle possibilità di alimentare l’impianto con i sottoprodotti di origine aziendale.
Ci pare che la polemica sorta in questi giorni sia strumentale a fomentare la famosa sindrome nimby (Not in My Back Yard): quel terrore di potenziali impatti negativi sulla nostra quotidiana esistenza che spinge le persone a reagire negativamente nei confronti di progetti ancorché sostenibili e positivi. Un po’ come quando si sostiene che è giusto che venga potenziato il trasporto su rotaia, ma ci si professa contrari perché si abita vicino alla ferrovia e questo potrebbe disturbare la nostra quiete.
Tornando agli impianti di biogas sono stati concepiti sulla base di normative che hanno incentivato le energie rinnovabili proprio per ridurre l’inquinamento e l’emissione di CO2 e giungere al rispetto del protocollo di Kyoto. Gli impianti legati alle aziende agricole utilizzano, per lo più, sottoprodotti di origine aziendale come i reflui d’allevamento di cui abbattono notevolmente il potenziale inquinante restituendo, a fine trattamento, un fertilizzante organico migliore del liquame e del letame che viene immesso nei digestori.
E’ pur vero che negli impianti finiscono anche biomasse vegetali, ma è una finta contrapposizione, quella tra food e fuel, perché un’oculata gestione e l’andamento del mercato stesso fanno sì che produzioni di quotazioni e qualità differenti vengano valorizzate imboccando filiere diverse. Non a caso proprio questa primavera era stato firmato un protocollo che agevolava il conferimento agli impianti di biogas del mais contaminato da micotossine inutilizzabile per la filiera alimentare.
Molte aziende agricole stanno anche cercando di ridurre ulteriormente l’uso di biomassa nobile chiedendo di poter inserire nei propri digestori categorie di sottoprodotti di lavorazione come le buccette di pomodoro, gli scarti della raccolta delle cipolle, ecc. Se le autorizzazioni in merito fossero un po’ meno farraginose, sicuramente, si potrebbero utilizzare maggiori quantitativi di sottoprodotti. Certo, di tutto si può dire tranne che gli iter autorizzativi siano snelli.
Quanto alle ipotesi di ignoti su contaminazioni non ben accertate, più che di inquinamento è il caso di parlare di caccia alle streghe, le indagini e le verifiche sono altra cosa.
*Presidente di Confagricoltura Piacenza

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