Bar senza videopoker e slot machine, per molti un passatempo ma sempre più spesso anche vera e propria droga del giocatore d’azzardo patologico? Dopo il caso di Monica Pavesi, barista di Cremona che ha rinunciato alle ‘macchinette’ perché non ne poteva più “di vedere gente rovinata”, il dibattito si è aperto anche a Piacenza. Inevitabile, visti i numeri nazionali e locali: dal gioco d’azzardo legale lo Stato, a fine 2012, avrà incassato 100 miliardi di euro. Erano 79,9 solo un anno fa, 61 nel 2010 e 54 nel 2009: un escalation impressionante nel bel mezzo di una lunga crisi economica, innaffiata da spot sul “vincere facile” ma segnata dal recente Decreto Sanità che ha promesso di includere le “ludopatie” (termine, peraltro, per molti inadeguato) nei Lea (Livelli essenziali di assistenza). I casi di schiavitù da gioco d’azzardo, in effetti, si moltiplicano, tanto che il programma GAP (Gioco d’Azzardo Patologico) al Ser.T. di Cortemaggiore, riferimento provinciale del problema, ha seguito nel solo 2012 circa 100 casi, e tra 60 e 70 di essi sono ‘nuovi arrivi’: ma è solo la “punta della punta dell’iceberg” di una problematica che può travolgere intere famiglie.“L’equivoco di fondo – ricorda il sindaco di Piacenza, Paolo Dosi – è nel fatto che una fetta degli incassi dei giochi legali finisce direttamente nelle casse erariali. Sappiamo che la situazione è complicata e che il problema del gioco d’azzardo patologico è in larga parte sommerso, ma il Comune non ha molti strumenti concreti a disposizione: abbiamo attivato un confronto con Prefettura e forze dell’ordine, alle quali spetta la competenza sui controlli che hanno portato ad esempio alla chiusura di alcuni ‘Compro Oro’ irregolari (la cui apertura è spesso in parallelo a quella delle sale giochi), e seguiamo con attenzione cosa succede altrove”. L’assessore alle Politiche scolastiche Paola Beltrani, ad esempio, ha partecipato il 30 novembre scorso a Corsico ad un convegno che presentava anche le ‘buone pratiche’ di alcuni Comuni: “Quello che si può realisticamente fare – sintetizza Dosi – è sul fronte della cultura della prevenzione, a cui guardiamo anche noi. La nostra volontà è mettere in campo iniziative pubbliche, per le quali stiamo cercando un accordo con le associazioni di categoria, con l’obiettivo di veicolare un uso corretto e ponderato del gioco d’azzardo. Tra le prospettive c’è anche l’idea di promuovere, con l’associazione ‘Libera’, un progetto di osservazione sul fenomeno che coinvolga alcune scuole superiori di città e provincia”. Le associazioni di categoria, pur nella consapevolezza del problema, evidenziano come in effetti il tema pubblici esercizi-macchinette abbia molte sfaccettature. Per il presidente Fipe-Unione Commercianti, Cristian Lertora, “Slot e new slot spuntano ovunque, non solo nei bar, perché lo Stato li spinge avendo capito che sono un gigantesco business. Videopoker e simili si trovano ormai in sale giochi, tabaccherie e perfino alimentari, per questo l’incasso dei singoli bar che ne hanno si è ridotto rispetto agli inizi. Non entro nelle motivazioni della signora di Cremona, ma stop all’ipocrisia: alcuni hanno tolto le slot semplicemente perché non rendono come prima o perché magari attirano qualche cliente non gradito in più”. Di demagogia parla il direttore di Confesercenti, Fausto Arzani: “A fronte di troppi buonismi penso che si debba anche ricordare che per un bar che spegne le slot tanti altri invece le mettono perché sono legali e sostengono il fatturato in un momento di crisi e di costi alle stelle. Di certo impressiona la trasversalità di chi si rovina alle slot, ma se lo Stato volesse davvero sradicare il problema di chi si rovina basterebbe vietare le macchinette. Per questo, bando all’ipocrisia”. Se dal Corriere Beppe Severgnini ha proposto di fare “commendatore subito” la barista di Cremona, Maurizio Avanzi – responsabile per l’Ausl di Piacenza del programma “GAP” al Ser.T. di Cortemaggiore – osserva che “quella signora è quasi una mosca bianca, anche se qualche caso simile c’è già stato e anche nel piacentino. Sarebbe bello che chi si rende conto della gravità del problema iniziasse a muoversi per evitare il moltiplicarsi di situazioni strazianti: non solo per i giocatori d’azzardo patologici, ma anche per qualche barista che la sua attività, esagerando con le ‘sue’ stesse macchinette, arriva a metterla a rischio”. In una situazione “in cui – ammonisce Avanzi – il bicchiere mezzo vuoto sta per rovesciarsi”, chi è in difficoltà deve prima di tutto vincere paura e vergogna: chiedere aiuto è sempre il primo passo per uscirne.




